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«Sono passati sei anni ma non passa l’emozione per la conquista dell’Eurochallenge»

nicolò valli
«Sono passati sei anni ma non passa l’emozione per la conquista dell’Eurochallenge»

Il 27 aprile 2014 la Grissin Bon sollevava il primo trofeo della sua storia L’ex Ariel Filloy ripercorre quella notte magica al pala Dozza 

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REGGIO EMILIA. Sei anni fa, 27 aprile 2014, una data difficile da dimenticare per la Reggio Emilia del basket.

Sei anni fa, in un pala Dozza sold out, la Grissin Bon riuscì infatti a sconfiggere i russi del Triumph aggiudicandosi l’Eurochallenge, primo trofeo internazionale della storia del club.

Ariel Filloy, play della Reyer Venezia allora in maglia biancorossa, rivive quegli indimenticabili momenti.

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Cosa ricorda di quel fantastico trionfo?

«Un ricordo molto piacevole. Tantissimi reggiani ci seguirono sino a Bologna per sostenerci nella finale. Sino a quel momento la mia stagione non era stata facile, anche perché era la mia prima vera esperienza in ambito europeo. Da quella Final Four cambiai però marcia, portandomi dietro la fiducia maturata in quelle gare anche per il resto della stagione».

Come visse la festa?

«In spogliatoio fu un vero casino, con urla e gavettoni a volontà. Al nostro rientro in pullman fummo accolti all’uscita del casello autostradale da tantissimi tifosi, poi andammo tutti al Paprika a cena: il locale era stato addobbato con palloncini bianchi e rossi, e continuammo a goderci il momento. Limitammo però a quella sera le celebrazioni, anche perché la Coppa era finita ma il campionato continuava ad andare avanti, e di lì a poco sarebbero cominciati i playoff».

Quale fu la partita che vi lanciò verso l’impresa?

«In quell’Eurochallenge andammo incontro a trasferte lunghe e molto impegnative, ma il match più significativo è sicuramente quello a Samara, in Gara 2 dei quarti: avevamo vinto al Bigi la prima gara della serie e arrivammo in Russia dopo un viaggio interminabile, con un Riccardo Cervi costretto incredibilmente a trascorrere la notte in aeroporto. Io inoltre ero influenzato, ma riuscimmo comunque ad espugnare il loro parquet. Quel successo ci diede la spinta per capire che avremmo potuto arrivare sino alla tappa finale di quel percorso».

Qual era il segreto di quella squadra entrata nel cuore dei tifosi?

«Eravamo davvero forti, perché avevamo un roster lungo e dotato di giocatori di grande esperienza in ogni ruolo come Kaukenas, White e Cinciarini, in quel momento il play migliore del campionato. Dietro c’erano però giovani di grandi speranze pronti a dare il proprio contributo quando chiamati in causa. Stavamo bene insieme sia dentro che fuori dal campo, grazie anche al contributo di Max Menetti che era riuscito a creare grande alchimia: un allenatore in questo è fondamentale».

È ancora in contatto con i suoi ex compagni?

«Sono stato compagno di squadra di Antonutti anche l’anno successivo a Pistoia, mentre con Cinciarini ci siamo spesso sfidati da avversari in questi ultimi anni. Non sono uno che parla troppo al telefono, ma ogni tanto commento qualche foto sui social di Cervi e Bell. In generale ho un rapporto buono con tutti».

La sua avventura reggiana durò solo un anno, ma quel tanto che basta per entrare nella storia…

«La Pallacanestro Reggiana mi ha dato la possibilità di esprimermi in serie A: trovai un ambiente familiare, già conosciuto grazie al trascorso di mio fratello Demian. Ricordo un club super organizzato e che faceva di tutto per farti sentire parte di una famiglia». —




 

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