Agnelli, 10 anni di presidenza La Juve fra tradizioni e futuro
Il 28 aprile 2010 annuncio di John Elkann: la Famiglia sceglie Andrea 16 titoli vinti e una crescita straordinaria: ricavi da 172,1 a 621,5 milioni
il personaggio
Antonio Barillà / torino
Bambino a Villar Perosa con papà Umberto, una maglietta a righe e un pallone troppo grande, le carezze dei campioni in ritiro. Giovanissimo all’Olimpico accanto a zio Gianni, il giubbotto di jeans e i riccioli ribelli, l’orgoglio della Champions alzata al cielo di Roma.
Due immagini che raccontano il legame senza tempo tra la Juventus e la famiglia Agnelli e anticipano il destino di Andrea, il presidente più vincente di sempre. L’abito grigio che è un po’ una divisa – ne commissiona al sarto dieci all’anno, con le camicie rigorosamente azzurre – compare dopo la Bocconi, quando, cercando una sua strada, intreccia gli studi economici e per lo sport. Esperienze decisive per l’assunzione del più alto ruolo dirigenziale, sottolineate da John Elkann al momento dell’investitura: «La Juventus è importate per la nostra famiglia e per me, c’è bisogno di una vicinanza costante: ho chiesto a mio cugino di prendersi questa responsabilità, sarà una garanzia per impegno personale e competenza. Ama la squadra in maniera genuina e ha lavorato nella stessa Juventus, nella Ferrari e nella Philip Morris per la parte sportiva».
È il 28 aprile 2010, il giorno del ritorno e della ripartenza: del ritorno perché un Agnelli manca alla presidenza da 50 anni, della ripartenza perché la Juventus mostra le cicatrici di Calciopoli e attraversa una crisi profonda, è al tramonto di una stagione travagliata sigillata dal settimo posto. L’era Agnelli comincia adesso, benché la nomina venga ratificata il 19 maggio, e la trasformazione è tale da confondere i ricordi: sono dieci anni ma sembra il paleolitico. La società che oggi stipendia 885 persone aveva 60 tesserati e 85 dipendenti, i ricavi sono balzati da 172,1 milioni a 621,5, la scalata nel ranking Uefa ha portato dal 43° al 5° posto e dopo anni bui sono fioccati 16 titoli che hanno permesso di agguantare il record di Boniperti e Chiusano, le cui presidenze sono state però più longeve. Un dominio italiano che ha coronato il sogno dell’Avvocato: voleva battere il record di cinque scudetti consecutivi, suo nipote ne ha festeggiati otto.
I numeri non sbagliano, gli aneddoti soccorrono: il ciclo cominciò con il no di Totò di Natale, che preferì rimanere a Udine, ed è stato impreziosito, otto anni dopo, dal sì di Ronaldo, il migliore al mondo con Leo Messi, raggiunto dal presidente con un volo privato in Grecia, dov’era in vacanza. Agnelli crede al lavoro di squadra, sceglie Pavel Nedved come trait d’union tra società e squadra, e ingaggia Beppe Marotta, deus ex machina della Sampdoria dei miracoli, appena entrata in Champions League. Con l’ad blucerchiato arrivano il ds Fabio Paratici e il tecnico Gigi Del Neri, si impone una rifondazione profonda e come spesso accade il prezzo è altissimo: la stagione del debutto è amara, sfuma perfino l’Europa, ma Agnelli sa che la strada è giusta, non ha mai creduto a bacchette magiche. È lui a puntare su Antonio Conte che sta vincendo il campionato di B con il Siena e in A è stato meteora all’Atalanta, ma Andrea intuisce l’importanza di un uomo che sa abbinare tattica e juventinità.
Il mercato lo aiuta, Andrea Pirlo a parametro zero è un capolavoro, Alessandro Del Piero attraversa il suo ultimo anno: lascerà con uno scudetto insperato, dentro uno stadio in lacrime, ma nel credo del presidente la programmazione non ammette sentimenti “Chiamatemi Andrea” dice ai tifosi perché si sente uno di loro, ma la Juve non è un giocattolo, deve diventare industria, realtà internazionale.
L’inaugurazione dello Stadium, l’8 ottobre 2011, è il primo passo nel futuro: mentre altre società ancora oggi srotolano progetti, la Juventus ha da tempo una propria casa e una fonte di guadagno senza eguali in Italia, 66 milioni di euro a stagione. Seguono il J Museum, il J Medical, la nuova sede e il nuovo centro d’allenamento, il J Hotel e su tutto campeggia un logo innovativo e coraggioso, presentato nel gennaio 2017, che assegna alla Juve un’identità grafica immediata, una riconoscibilità trainante per marketing e merchandising. Un’espansione senza confini – è stata aperta da poco una sede a Hong Kong, il brand penetra con forza sempre maggiore in Oriente – che si combina con i successi sportivi. Conte vince tre scudetti di fila, però ritiene la squadra svuotata e poco competitiva a livello internazionale, il rapporto si sfilaccia e all’alba del ritiro si spezza: sembra l’orlo del precipizio, invece Massimiliano Allegri prolunga il dominio tricolore e restituisce alla Juve una dimensione internazionale. La ratificano due finali di Champions, che valgono anche l’unica delusione del ciclo: perché la Coppa è ambizione legittima, ma l’incantesimo bianconero ne fa un’ossessione. Allegri non è una scelta di Agnelli, la avalla soltanto, ma nasce un legame solido che resiste all’addio e alla scelta di Maurizio Sarri,.
Intanto, un’altra Juventus vince, quella femminile, nata da zero e subito gigante: impulso all’intero movimento, la forza di un marchio e della progettualità. Scudetti accatastati, scudetti inseguiti: Agnelli non ha mai rinunciato alla battaglia per riavere quelli spazzati via da Calciopoli, sostenuto dal suo popolo e avversato dall’altra metà del tifo, intanto li sbandiera allo Stadium e a chi legge imbarazzo ribatte che nel suo salotto espone i quadri che vuole. Un salotto chiuso da un pezzo, l’ultima volta, senza pubblico, la Juve ha sfidato proprio l’Inter: vittoria e primato in classifica, si ripartirà da lì per inseguire un nuovo sogno. Che farebbe di Andrea Agnelli il presidente più vincente di sempre, senza condivisioni con Boniperti e Chiusano. —
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