Le vecchie glorie a muso duro contro la società Secchia Rubiera
Nicolò Rinaldi
RUBIERA
No, non era soltanto una questione di impegni personali. Certo, il poco tempo a disposizione di chi già deve dividersi tra famiglia e lavoro ha il suo peso. E tuttavia l’appello della dirigenza della Pallamano Secchia Rubiera alle vecchie glorie dell’handball rubierese affinché si impegnino nella gestione societaria ha riaperto vecchie ruggini e rinfocolato polemiche sopite.
Lo si evince dalla risposta di un nutrito gruppo di ex giocatori rubieresi (Giovanni e Giuseppe Oleari, Fabrizio Algeri, Mauro Bellei, Pierpaolo Crocetti, Leonardo Ghidini, Vanni Messori e Moreno Siti, Pierluigi Spinelli, Gianluca Ricchetti, Roberto Tirelli, Giovanni Vecchi, Daniele Venturelli e Fabrizio Zafferi).
La lettera si rivolge in particolare alla presidente della Pallamano Secchia, Patrizia Bondavalli e al dirigente Luca Montanari.
«Cari Luca e Patrizia, voi avete scritto che il vostro non è un grido di aiuto: peccato perché ciò avrebbe reso l'appello comprensibile per noi, visto l'aggravarsi delle difficoltà in questo momento. Il testo che abbiamo letto ci pare un giudizio sommario su tutti gli ex giocatori della Pallamano Rubiera. Vi siamo davvero grati per portare avanti il lavoro da noi iniziato nel 1974: tuttavia per attitudine, capacità e possibilità, ognuno di noi ha dato a questo sport e a questa società molto di più rispetto a quanto si evince dalle vostre parole. Il nostro impegno non è stato solo come giocatori ma anche come allenatori, dirigenti e accompagnatori, e ha reso grande il club nei suoi primi 30 anni. Probabilmente - dicono con una punta di polemica i firmatari - ne siete in parte all'oscuro: se vorrete, potremo raccontarvi e documentarvi».
Poi un’altra stoccata: «Quando si dirige un'attività sportiva si deve cercare una condivisione di obiettivi con collaboratori e sostenitori: viceversa, sminuendoli o denigrandoli di certo non si ottiene molto. La maglia rubierese è stata indossata da centinaia di atleti, ma nessuno di loro è presente nell'attuale gestione societaria: bisognerebbe chiedersi perché. Ciascuno di noi - dice la lettera - è stato considerato come una persona che può aiutare e non come un patrimonio a cui aspirare o di cui andare fieri». —
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