«Il segreto delle vittorie? La società e tutto l’ambiente credevano nel gruppo»
Dario Morello è il giocatore simbolo del decennio più bello della squadra «Un colpo di fulmine fin da quando vidi il Mirabello la prima volta»
L’intervista
Marco Bertolini
Gli anni ’Novanta sono senza dubbio il decennio d’oro della storia granata ed il giocatore simbolo di quel periodo può essere senza dubbio individuato in Dario Morello, che ha speso ben 6 anni della sua carriera in maglietta granata, totalizzando 175 partite condite da 24 gol.
Morello ha avuto la soddisfazione di potersi appuntare sul petto la storica promozione in serie A della stagione 92/93 e la salvezza dell’anno successivo.
L’ex calciatore, come ci tiene a sottolineare, ha avuto un vero e proprio colpo di fulmine per la città del Tricolore e la sua squadra. «Il giorno che arrivai a Reggio andai al Mirabello a fare le visite mediche e prima di partire per le vacanze alloggiai all’hotel Europa. Quando aprii la finestra della mia camera mi accorsi che c’era una splendida visione sul Mirabello. Me ne innamorai subito e partii per le vacanze con una voglia incredibile di tornare a giocare».
Lei arrivò dall’Inter dei record, come fu il salto verso una realtà così diversa?
«Per me fu qualcosa di positivo, sentivo meno pressione rispetto alla realtà di Milano e questo fece scattare subito un feeling particolare con Reggio. Credo che sia dovuto al fatto che il mio passaggio in granata fu quasi una sorpresa: ero promesso alla Cremonese ma grazie ai buoni rapporti con Corni di Matteoli e Beltrami (l’allora ds dell’Inter) venni alla Reggiana. E mai scelta fu più giusta».
Ha vissuto a Reggio gli anni più belli della storia granata, qual era il segreto di quelle vittorie?
«È stata una combinazione unica di fattori che ci hanno permesso di fare così bene: la società era guidata da veri condottieri come Corni, Fiaccadori e Marchioro, bravi nelle scelte e nella gestione, e con l’ambiente eravamo una cosa unica. In quel periodo anche la stampa fece una parte molto importante proteggendoci ed aiutando l’ambiente ad essere ancora più coeso, in particolare nelle stagioni 92/93 e 93/94. L’anno della promozione nessuno ci dava per favoriti dopo la cessione di Ravanelli, ma nessuno mise mai in discussione il progetto. Piano piano ci rendemmo conto della nostra forza e tutte le volte che scendevamo in campo lo facevamo per vincere. La stessa cosa successe l’anno della Serie A, con qualche innesto importante siamo riusciti a fare molto bene e a cogliere una storica salvezza».
Che ruolo ebbe Marchioro in quegli anni?
«Pippo è stato come un padre per tutti noi e gestì il gruppo in maniera perfetta. Ha avuto il grande pregio di capire che doveva lasciare esprimere ogni calciatore per quelle che erano le sue caratteristiche migliori, senza imbrigliarci in tattiche esasperate».
Dopo la salvezza di San Siro lei se ne andò tra la sorpresa generale?
«Con mio grande dispiacere la società non volle rinnovarmi il contratto perché preferì puntare su Esposito che era considerato più futuribile di me. Mi rattristò molto dovermene andare perché avevo già scelto di rimanere a vivere a Reggio e mi sarebbe piaciuto continuare a giocare per la Reggiana, perché nella mia testa c’era già l’idea di essere una di quelle bandiere granata con il record di presenze. Fortunatamente trovai una società seria come il Bologna per continuare la carriera».
Fortunatamente ebbe la possibilità di tornare in granata qualche anno dopo, come maturò quella scelta?
«Tornai a Reggio principalmente per un fattore di cuore, per riprendere la storia d’amore che si era interrotta qualche anno prima, in più la mia famiglia continuava a vivere a Reggio e mio figlio Simone cominciava in quegli anni la scuola. A settembre mi chiamò anche il Cagliari e parlai con Giampiero Ventura, ma ormai avevo scelto una volta ancora il granata. Purtroppo non furono anni positivi, ma ho cercato di dare comunque il massimo, rimettendoci anche personalmente, ma non rimpiango nulla».
Ora Morello continua a vivere a Reggio Emilia e gestisce una scuola calcio di successo, da cosa viene questa decisione?
«Ho sempre voluto poter fare qualcosa per la mia Reggiana, ma visto che per ora non me ne è stata data la possibilità ho scelto di insegnare a bambini quello che ho imparato in tanti anni di carriera. Siamo arrivati dopo due anni ad avere 65 bambini ma nel cassetto c’è sempre la voglia di far ripartire anche il progetto di Reggiana Forever, per poter far rivivere ai ragazzi di oggi gli anni più belli della Reggiana». —
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