Sarri messo sotto pressione ora deve vincere la Champions
Era già nel mirino per non avere dato identità tattica e brillantezza alla Juventus Dopo le sconfitte in Supercoppa e Coppa Italia adesso il tecnico non ha più alibi
Torino
I bilanci si tracciano sempre a fine stagione, ogni processo è frettoloso, però è innegabile che la Coppa Italia perduta metta in difficoltà Maurizio Sarri: conferma che questa Juve non ha gioco né anima, a lui non piace sentirlo, ma la semplice cronaca della finale lo smentisce. Le perplessità del popolo tifoso non si intrecciano ancora con riflessioni societarie, ma la pressione aumenta e gli alibi crollano, l’allenatore in campionato non potrà fallire e in Champions dovrà convincere e provare a vincere: se riuscirà a dare una svolta, le due coppe nazionali saranno catalogate come amarezze occasionali, altrimenti diventeranno capitoli d’un romanzo triste, testimonianze di un progetto a pezzi, da arrotolare o almeno riscrivere.
Schemi prevedibili
Perché Sarri era stato scelto, allontanando Massimiliano Allegri un anno prima, per trapiantare il bel gioco in una squadra cinica, ma non brillante che, invece, abbozza schemi prevedibili e ha pure strappato, finora, l’etichetta di vincente. Prima la Supercoppa, adesso la Coppa Italia, sconfitte che bruciano ancor di più per come sono maturate: all’Olimpico, Buffon è stato il migliore e due volte è stato graziato dal palo, la Juve invece ha trotterellato, faticando a tessere gioco e confezionare palle gol: a secco, come già con il Milan, tradita pure dai suoi campioni.
Alex Sandro e Khedira ko
Il giudizio è unanime e sarebbe identico se i rigori avessero espresso un diverso esito, Sarri, però, sembra aver visto un’altra partita: «La Juve gioca, mette sotto le avversarie: anche stavolta la supremazia territoriale è stata netta», «a livello di determinazione c’eravamo», «la squadra ha fatto una partita di applicazione», «è rimasta corta e compatta: non puoi farlo se non hai un buon livello di concentrazione». Pensieri sparsi per allontanare la preoccupazione in vista del campionato – acuita ora dagli infortuni di Alex Sandro (lesione del collaterale mediale) e di Khedira (lesione tendinea dell’adduttore), opacità liquidate come riflesso dell’inattività senza ascoltare i segnali d’allarme delle difficoltà offensive e d’una mollezza che sconcerta chi ammirava fame e agonismo.
Due allenatori a libro paga
La cosa più strana, però, è il ritratto che l’allenatore dipinge della Juve: «Costruita sulle individualità, abituata a risolvere con i guizzi, fatta di grandi solisti che, in mancanza di brillantezza, faticano». E il gioco? L’organizzazione? Il sarrismo? Non era stato ingaggiato, pagando già un allenatore dal ricco palmares (11 titoli in 5 anni), per andare divertire?
Sennò tanto valeva evitare rivoluzioni. E questo, per correttezza, rimanda a responsabilità dirigenziali perché Sarri, oltre a metabolizzare scelte discutibili (quanto è stato conveniente imbarcare Rabiot e scaricare Emre Can?) ha ereditato un gruppo con caratteristiche poco inclini al suo stile. Quello di gioco, poi c’è un altro stile che fa discutere, fatto di nuvole di fumo durante una diretta o d’un linguaggio fin troppo colorito. Ma è un’altra storia, ora sotto esame c’è il campo. Sarri può ancora vincere: è obbligato a farlo, ne va del suo futuro. —
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