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conquistata la Premier league 

Liverpool ai piedi di mister Klopp l’uomo dei sogni ora è un idolo

Matteo De Santis
Liverpool ai piedi di mister Klopp l’uomo dei sogni ora è un idolo

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Non stava andando a vedere una partita Nba, la scusa inventata per depistare chi gli chiedeva per quale motivo fosse su un volo Monaco di Baviera-New York, ma a riscrivere la storia. Il disoccupato di lusso Jurgen Klopp, quella mattina di inizio ottobre 2015, stava andando a sostenere un colloquio di lavoro per diventare l’allenatore del Liverpool. Brendan Rodgers, allora sulla panchina di Anfield, era spacciato da tempo: Fenway Sports Group, la proprietà bostoniana del club vestito di rosso che non cammina mai da solo, cercava solo di individuare il rimpiazzo giusto.

Alle audizioni, in un ufficio legale di Manhattan e non nella sede principale di Boston per non dare troppo nell’occhio, aveva partecipato pure Carlo Ancelotti, ricevuto il giorno prima del candidato tedesco. L’indomani, dopo la chiacchierata con Klopp, il boss John W. Henry non aveva più dubbi: il posto non era più vacante, il visionario che risollevò il Borussia Dortmund (due Bundesliga vinte) e lo spinse fino alla finale di Champions era quello di cui il Liverpool aveva bisogno.

Uno che non ha mai nascosto le sue simpatie politiche di sinistra («credo nel welfare state e non voterò mai chi abbassa le tasse ai ricchi»), la passione per la musica heavy metal, la frequentazione con i Die Toten Hosen (rock band tedesca di culto), l’ossessione per il lavoro sul campo, l’assoluta necessità di empatia con l’ambiente («Mi piacciono i posti in cui il calcio scorre nelle vene») e il piacere di bere una birra al pub dietro l’angolo.

Un capobranco che, come prima mossa dopo l’insediamento, ha preteso che i giocatori imparassero i nomi di tutti gli impiegati del centro sportivo di Melwood. Dipinto all’inizio quasi solo come un motivatore, Klopp si è rivelato anche un fine stratega tattico e umano con scelte di mercato, quasi tutte azzeccate, come Salah, Alisson, Van Dijk, Mané, Fabinho e Wijnaldum. Il suo “gegenpressing”, sublimato da un spaventoso misto di intensità e velocità di esecuzione, nasce da un’intuizione: «Il miglior momento per recuperare palla è subito dopo averla persa». A Liverpool, dopo la sesta Champions, una Supercoppa Europea, un Mondiale per Club e il ritorno sul trono d’Inghilterra dopo 30 anni, nessuno gli rinfaccia più le prime tre finali perse. Ormai è solo simbiosi assoluta con l’oracolo Jurgen. «Questa vittoria – il pianto di Klopp a Premier conquistata – è più di quanto abbia mai sognato. La nostra corsa non è ancora finita». Non male per essere iniziata, cinque anni prima, con una bugia sulla scaletta dell’aereo per New York. —



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