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Focolaio alla Reggiana «Centro sportivo e viaggio in pullman possibili cause»

Jacopo Della Porta
Focolaio alla Reggiana «Centro sportivo e viaggio in pullman possibili cause»

Il medico sportivo Danilo Manari sul contagio dei granata  «In serie A gli stadi garantiscono un maggiore isolamento»

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Jacopo Della Porta

REGGIO EMILIA

«Credo che alla Reggiana il protocollo sia stato seguito in modo corretto. C’è uno staff medico capace e serio e di questo non ho dubbi. Poi è chiaro che un conto è applicare il protocollo in un centro sportivo che ha determinate caratteristiche, come hanno le squadre di serie A, e un conto in serie B dove molte squadre non hanno strutture dello stesso livello».

Con il medico sportivo e cardiologo Danilo Manari, abbiamo discusso dell’emergenza Covid. Il professionista, che ha una lunga esperienza in numerose società sportive, da sei anni è consulente del Bologna.

Dottore, per lei anche il centro sportivo può giocare un peso nel favorire i contagi?

«Maggiori dimensioni consentono di distanziare meglio gli atleti. Non so però cosa possa essere accaduto alla Reggiana: tocca a loro fare un’analisi e come detto, escludo che i protocolli non siano stati rispettati. Il protocollo non è stato fatto per impedire i contagi ma per cercare di ridurre al massimo i contagi interni. Il Bologna, ad esempio, ha inaugurato recentemente un nuovo centro sportivo, che ha ampliato quello precedente. In questo momento hanno sfrattato la Primavera e la prima squadra usa tutti gli spazi, che consentono un grande distanziamento».

In estate la procura federale ha ispezionato il centro di Cavazzoli per verificare la corretta applicazione dei protocolli. Alla Reggiana sono convinti che il fattore scatenante sia stato il viaggio in pullman ad Ascoli. Cosa ne pensa?

«I trasporti possono incidente molto, questo è noto. Possono esserci stati più fattori concomitanti. Anche la sfortuna, non va dimenticato gioca un ruolo. Tra l’altro siamo in una fase dove è facile contagiarsi».

Il protocollo del calcio funziona o no?

«Credo sia un buon protocollo. Lo hanno elaborato in serie A e poi a cascata è stato adottato dagli altri. Tra l’altro è uniforme a quello di altri Paesi europei. L’esperienza sta dimostrando che funziona, fatte salve alcune eccezioni. Poi è chiaro che gli atleti e gli addetti hanno una vita privata che non è più di tanto condizionabile».

Con la società O2 Up, con la quale collabora, si occupa di test atletici e consulenza a 360 gradi sul benessere degli atleti. Quanto incide questa situazione nella preparazione?

«Tantissimo. Un atleta a casa in isolamento non può lavorare in modo adeguato e quando riprende ad allenarsi ne risente per forza. Dopo il lockdown dei mesi scorsi abbiamo visto squadre e calciatori che erano in forma e altre invece completamente a terra. Facciamo i conti con una situazione nuova. Questa è una stagione strana: si è giocato con il caldo ogni tre giorni, c’è stata una sosta breve e si è ripreso subito. Più che fare previsioni in questa stagione dobbiamo capire che cosa possiamo imparare».

Campionati da fermare?

«Considerata la situazione di tensione che c’è dal punto di vista psicologico, spero che almeno lascino alle persone il diversivo del calcio, almeno per non cadere ancora di più in depressione». —

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