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«Saranno necessarie circa due settimane per esaurire il focolaio della Unahotels»

Linda Pigozzi
«Saranno necessarie circa due settimane per esaurire il focolaio della Unahotels»

Il medico sociale Vincenzo Guiducci sta curando i dodici contagiati «Oggi i risultati dei tamponi: mi aspetto la conferma delle positività» 

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Vincenzo Guiducci, medico sociale biancorosso, sta curando gli undici giocatori della Unahotels e il fisioterapista del team, positivi al Covid.

Come si è arrivati al focolaio?

«Tutto è partito mercoledì scorso quando il test antigenico ha diagnosticato la positività di Filippo Baldi Rossi, che lamentava sintomi. Positività poi confermata dal tampone molecolare di giovedì».

A quel punto cosa è stato predisposto?

«Non abbiamo più fatto incontrare la squadra. Giovedì tutto il gruppo ha svolto tamponi antigenici e molecolari. La Pallacanestro Reggiana li ha fatti privatamente e non sono state intasate le liste d’attesa pubbliche. Tutti i test e i tamponi hanno dato esito negativo. Gli allenamenti sono stati tutti differenziati, senza il minimo contatto. Ci siamo mossi subito e ritengo sia stata una scelta illuminata».

Venerdì il quadro era già mutato?

«Anche venerdì la squadra non si è incontrata e sono stati organizzati allenamenti individuali. Nessuno manifestava sintomi. Solo Diouf avvertiva un leggero mal di testa. Nel tardo pomeriggio, 48 ore prima della partita con Treviso, come previsto dal protocollo Fip e Lega, sono stati svolti i tamponi molecolari».

Sabato la situazione è poi precipitata.

«Sin dal mattino presto il telefono ha iniziato a squillare. Molti giocatori presentavano febbre sotto i 38° e in alcuni casi la febbre era anche più alta. Ci venivano poi segnalati sintomi come mal di gola e mal di testa. Tutti presentavano dolore alle ossa. Mentre attendevamo i risultati dei tamponi, ci siamo resi conto che eravamo davanti a un caso di potenziale infezione generalizzata».

Gli esiti dei tamponi?

«Tutti negativi. Abbiamo avuto i responsi domenica. I giocatori continuavano però a presentare sintomatologie riconducibili al Covid ed eravamo consapevoli che la squadra non avrebbe dovuto giocare. Ho prodotto un certificato per alto sospetto da infezione generalizzata da Covid-19 e l’abbiamo inviato in Lega, organizzando al volo test antigienici rapidi che si sono svolti già in mattinata in Drive Thru davanti alla palestra di via Cassala. Dopo 5’ abbiamo avuto i risulati: dieci giocatori e il fisioterapista Stefano Bini, la figura professionale più a contatto con gli atleti, risultavano positivi».

Come è possibile che si sia arrivati a un focolaio? Vi siete dati una risposta?

«Il basket è uno sport di contatto. Tengo a sottolineare che sono state adottate tutte le misure previste affinché non si arrivasse al contagio. I giocatori hanno una doccia a testa, appena usciti dal rettangolo di gioco tutti hanno sempre indossato la mascherina. Sono tutti bravi ragazzi, molto scrupolosi e coscienziosi. La realtà è che ci troviamo di fronte a un virus estremamente contagioso. In vent’anni mai ho visto un virus con questa contagiosità».

Come pensa sia entrato il Covid nel gruppo squadra?

«Come detto sono tutti ragazzi molto attenti perché hanno famiglia, figli o comunque vivono con le fidanzate. Ritengo che il contagio sia avvenuto nel post-Brescia, verosimilmente la domenica».

Il viaggio in pullman quindi non può aver scatenato la serie di contagi?

«Non credo. In pullman tutti hanno indossato le mascherine e tenuto la distanza prevista. Sono relativamente pochi i giocatori di una squadra di basket, almeno rispetto a una di calcio, e il distanziamento è più agevole».

Come stanno ora i contagiati?

«Sono ancora alle prese con sintomi. Il solo Baldi Rossi da martedì sera ha finito dalla fase sintomatica».

Come vengono curati?

«Li sto seguendo telefonicamente. Il contatto con tutti è costante. Per le terapie, mi sto confrontando con il primario del reparto di malattie infettive del Santa Maria Nuova, il dottor Marco Massari. Le terapie sono molto semplici in quanto sono tutti soggetti giovani e sani».

Ieri il gruppo squadra ha svolto nuovi tamponi molecolari al Santa Maria. Cosa ci si deve attendere?

«Mi aspetto che vengano confermate tutte le positività».

Come potrà avvenire la ripresa, nel momento in cui i contagiati diventeranno negativi?

«La legge impone uno stop di 12-14 giorni. Bisogna rispettare l’isolamento domiciliare per almeno dieci giorni. L’undicesimo giorno, se il soggetto non è più sintomatico da almeno tre giorni, è previsto un nuovo tampone. Se negativo può tornare alla vita normale».

Per uno sportivo professionista ci sono ulteriori esami da svolgere?

«Bisogna rifare completamente l’idoneità sportiva. Non solo: bisogna effettuare anche una Tac al torace e il test per il massimo consumo d’ossigeno, questo perché bisogna certificare che il virus non abbia danneggiato i polmoni, né la capacità respiratoria».

Quanto tempo può richiedere l’intera procedura?

«Circa due settimane».

Dopo come si potrà ripartire? Bisognerà rifare la preparazione?

«Non si ritornerà al livello di precampionato, ma quasi. Si dovrà lavorare per recuperare la forza muscolare e la capacità atletica».

Il contagio generalizzato potrebbe essere avvenuto alla palestra di via Cassala, base degli allenamenti dei biancorossi. Corrono rischi gli studenti che hanno utilizzato l’impianto al mattino o gli sportivi che l’hanno fatto nel pomeriggio?

«Il protocollo di pulizia è meticoloso ed è sempre stato rispettato, utilizzando prodotti specifici. Le pulizie sono state effettuate sia prima degli allenamenti della Unahotels, a tutela della squadra, sia dopo per tutelare chi si allenava in quella palestra. Tanto che non risulta ci siano stati contagiati fra i frequentatori».

Da medico sportivo e da grande appassionato di basket, ritene che il campionato debba essere fermato?

«L’ideale sarebbe organizzare una bolla sul modello della NBA. Economicamente però è una soluzione impraticabile. Con questo livello di contagio sarebbe necessario evitare completamente i contatti esterni».

Il protocollo del basket funziona?

«Sì. La nostra vicenda insegna però che anche se un tampone è negativo bisogna tenere alta l’attenzione e se ci sono sintomi bisogna fermarsi. Noi l’abbiamo fatto, evitando di estendere ulteriormente il contagio». —




 

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