«Voglio essere il portavoce degli allenatori di tutte le categorie»
Fabrizio Frates entra nel consiglio Fip: rappresenterà i coach «Nell’era Coronavirus i tecnici vivono momenti durissimi»
reggio emilia
Pronto a rappresentare un’intera categoria.
Il rinnovato consiglio nazionale della FIP presenta al suo interno uno dei coach più amati a Reggio, Fabrizio Frates, eletto come rappresentante degli allenatori.
Una novità per chi si definisce prima di tutto un uomo di campo, e una sfida, quella di dar voce a un mondo vastissimo, che va dal coach di Eurolega al ragazzo che inizia a lavorare col minibasket.
«La mia candidatura nasce dall’Associazione Allenatori Professionisti, sono stati loro a pensare a me, non avevo mai pensato a questo sbocco, il mio mondo non è quello della politica sportiva», racconta Frates.
Come è andata?
«Mi è stato chiesto se ero disponibile per dare una mano alla nostra categoria, altri candidati non se ne sono presentati e sono stato eletto».
Come vede il suo ruolo?
«Voglio essere il rappresentante di tutti gli allenatori, non solo dei professionisti di serie A, il mio scopo è essere il portavoce dei pensieri e delle istanze della categoria nel suo complesso, devono potersi riconoscere in me tutti: professionisti, coach del femminile, delle serie minori, delle giovanili».
Tante voci diverse, no?
«Voci che voglio fare mie per vedere se c’è spazio per recuperare la centralità nostro ruolo, negli ultimi anni un poco emarginato. Prima dovremo trovare un’unione di intenti».
Il tutto, nel periodo più difficile. Crede che il Covid stia mettendo in crisi il movimento cestistico?
«È un momento molto delicato, il basket in particolare soffre, è uno sport al coperto e di contatto, le difficoltà per la base sono enormi, la fiammella è tenuta accesa da serie A, A2 e A femminile, che riescono ancora a dare visibilità alla nostra disciplina, pur con enormi sacrifici».
Quanto è dura per gli altri?
«È durissima, sono costretti a stare in casa, non ci sono le gare e nemmeno gli allenamenti, la base del movimento è messa in ginocchio, in primis le società, che non possono fare attività giovanili».
E perdono le loro risorse.
«Le società vivono sulle quote dei genitori, senza queste quote le società non hanno più sostegno, viene a mancare loro la terra sotto ai piedi. E nel mentre, i ragazzi devono stare fermi o a privilegiare altri sport dove l’attività è consentita almeno parzialmente».
Parliamo di migliaia di addetti. Non saranno formalmente professionisti, ma questo è loro lavoro, giusto?
«Qui si apre il discorso più spinoso, tutti gli operatori non vengono considerati professionisti ed è difficile ottenere sostegni, anche per chi, per dire, sta studiano e con la sua passione per lo sport si mantiene. Ora non ha più la passione e perde pure parte del proprio sostentamento».
Come se ne esce?
«L’equivoco è quello di considerare professionista solo una parte elitaria del movimento, professionista deve essere chi si dedica interamente alla sua attività, al netto della qualifica. Gli esempi sono tanti».
Ne può fare uno?
«La divisione fra serie A e A2. È una divisione che non corrisponde alla realtà, gli allenatori cambiano categoria, vi è sempre un travaso, e hanno sempre il loro lavoro come unica fonte di reddito. Penso a Stefano Sacripanti, per vent’anni ha lavorato in A, ora per scelta sua ha seguito il progetto di Napoli in sere A2, ma non è che ora è un dilettante, fa lo stesso lavoro di prima, nello stesso modo».
Non è un problema solo del basket, giusto?
«No, ma il basket è l’unico diviso in due, una serie A di professionisti e il resto dilettanti. L’equivoco è qui, andrebbe risolto, ma non può risolverlo solo lo sport, ci deve essere concertazione con le istituzioni». —
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