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Quel sogno mondiale che per poco non costò la vita a Tedeschi

aldo spadoni
Quel sogno mondiale che per poco non costò la vita a Tedeschi

L’intervista / A 57 anni il cavriaghese resta ancora oggi il più grande talento che Reggio abbia dato al Motocross 

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l’intervista

aldo spadoni

Il 57enne cavriaghese Pierangelo Tedeschi, è stato il più forte motocrossista reggiano della storia, avendo vinto due titoli italiani assoluti e partecipato a gare di Coppa del Mondo e mondiali.

Quando ha iniziato a gareggiare e cosa l'ha portata a praticare questa disciplina?

«Ho iniziato a 14 anni, con un motorino acquistato a Parma al Moto Market da mio padre. A quell’epoca la compagnia che frequentavo era quasi completamente formata da ragazzi appassionati di motocross; l'anno successivo, il 1979, decidemmo di iniziare a correre».

Ma rispetto ai suoi amici lei aveva qualcosa in più, non è così?

«In effetti mi ci volle poco per attirare subito l'attenzione dei vari addetti ai lavori e nella successiva stagione iniziò la mia carriera: vincendo il campionato regionale, passai nella categoria junior con il Team Rmu e collezionai un sesto posto al campionato italiano».

Niente male per un esordiente...

«Nel 1982 a soli 17 anni vinsi il campionato italiano 500 cc. con la Maico e quello 125 cc. con la Tgm di Parma, oltre al prestigioso Supermotocross; con il quarto posto assoluto e primo degli italiani alla Coppa dell'Avvenire in Belgio, ero diventato il giovane italiano che avrebbe dato futuro a questa disciplina. Da junior, la Federazione mi convocò con un nulla osta a tre gare di campionato del mondo in Francia, Germania e Spagna, quando potevano partecipare solo 8 piloti per nazione; il commissario tecnico mi scelse al posto di un senior e lo ripagai con grandi risultati per la mia giovane età».

E arrivò il primo contratto da senior...

«La Gilera Piaggio mi fece il contratto per correre la prima stagione da senior, ma in quell'anno dovetti partire per il servizio di leva, dovendo rinunciare ad allenamenti e gare. La Gilera si ritirò dalle competizioni e nel 1983 firmai un biennale con la Ktm, partecipando al campionato de mondo; arrivai terzo al campionato italiano senior 125 cc e quindicesimo al mondiale nel 1985».

Il Mondiale. Era questo il suo sogno?

«Volevo vincere quel titolo tanto sognato: nei test invernali con la Ktm avevo gli stessi tempi dei campioni del mondo in carica Kinigadner e Dreshel, ma i guai iniziarono li».

Cosa le accadde?

«Prima con una banale caduta mi ruppi lo scafoide destro, poi alla Coppa Mille Dollari dopo un salto atterrati contro le gomme che delimitano la pista. Atterai di testa entrando in coma, i soccorsi furono disastrosi, l'ambulanza non aveva l'ossigeno nelle bombole e l'autista non trovava l'ospedale. Quando entrai all'ospedale le Torrette di Ancona ero in condizioni disperate e il primario disse che avevo ancora poche di vita».

Prognosi sbagliata, per fortuna...

«Dopo 20 giorni mi svegliai paralizzato e per riprendere tutte le mie capacità ci misi oltre due anni e nonostante i medici fossero scettici sulla mia ripresa motoria e mentale, oggi grazie alla mia volontà sono ritornato una persona normale».

Qual è la differenza tra il motocross dei suoi tempi e quello attuale?

«Come tutti gli sport, anche nel motocross, sono aumentati gli allenamenti e le potenzialità delle moto, si è esasperato un po' il tutto, ma comunque rimane sempre il fatto che è l'uomo che fa la differenza».

Qual è il consiglio che vuol dare alle giovani generazioni?

«Tanta passione, volontà e applicazione, i consigli che posso dare, oltre ad avere tanta umiltà e voglia di imparare tutti i giorni da chi è più bravo, l'importante è assumere un atteggiamento modesto e non sentirsi mai arrivato».

A livello federale si potrebbe fare di più per incentivare questa disciplina?

«Sento di riflesso, da addetti ai lavori, che la Federazione si sta impegnando un po’ di più, ma ognuno deve pensare per sé, il team poi deve avere il potenziale per farti crescere. La Federazione dovrebbe fare di più, ma sappiamo tutti che lo sport gravita tutto sui soldi e purtroppo il motocross in Europa si è sempre svolto in piste dispersive, dove l'immagine degli sponsor a volte è offuscata da fango e polvere, si dovrebbe seguire quindi il metodo americano per avvicinarli alla disciplina». —

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