Il Covid si porta via Giovanni Sacco, centrocampista dai piedi buoni della Reggiana degli anni ’70
Forse era il giocatore più tecnicamente dotato, assieme a Crippa e a Matteoli, dell’intera storia del dopoguerra granata
REGGIO EMILIA. Anche Reggio piange la scomparsa di Giovanni Sacco. Aveva 77 anni ed era ricoverato per aver contratto il Covid. Ripercorriamo la sua vicenda alla Reggiana.
Quando si annuncia l’arrivo a Reggio di Giovanni Sacco, in parziale contropartita della cessione di Giorgio Vignando all’Atalanta, si sapeva bene cosa avesse rappresentato nel calcio italiano questo estroso giocatore. Ex golden boy, coetaneo di Gianni Rivera, piemontese anche lui, ma della provincia di Asti, quando arriva alla Juventus è una grande promessa.
Tanto che nel primo campionato, quello del 196263, il diciannovenne Sacco gioca da titolare ben 16 partite. Era la Juventus di Charles e Sivori, signori, mica una squadra qualsiasi, anche se in quell’anno lo scudetto lo vinse l’Inter del mago Herrera. Sacco resta alla Juventus fino al 1969, con una sola parentesi alla Lazio, e in quei sei campionati resta nella rosa dei titolari sempre.
Nel 1969 viene ceduto all’Atalanta, che gioca in serie B (disputa 29 partite e segna un gol). Poi, l’annata successiva, contribuisce alla promozione dei bergamaschi in serie A disputando 29 gare e segnando ben sette gol. Due stagioni in massima serie con gli orobici, ma l’ultima un po’ in ombra, con sole nove presenze. Arriva dunque a Reggio a trent’anni suonati e allora non erano pochi. Tanto che in molti storcono il naso. Sacco è un giocatore finito? Nell’ultimo campionato era stato utilizzato poco, dunque... A Reggio impressiona subito nelle prime amichevoli.
Dispone di un tocco di palla vellutato, possiede una grande capacità di saltare gli avversari e soprattutto un ottimo tiro a rete. E per di più è anche bello da vedere, con la palla al piede e lo sguardo alto e i suoi capelli biondi al vento. Un giocatore anche esteticamente appetibile. Nelle prime partite del campionato 1973-74 non convince. Sembra svogliato, gioca solo pochi minuti poi si estranea. Sembra sempre stanco. Non ne ha più voglia, lui che ha conosciuto le più grandi platee del calcio italiano? No. Sacco chiede fiducia.
E dalla partita col Bari del 13 gennaio 1974, magnifico il suo gol che risolve la partita, fino a fine campionato, dimostra di essere assai utile alla causa granata. Gioca 28 gare e segna quattro gol. L’anno dopo, quello della salvezza a San Siro, Sacco parte da centravanti arretrato, lo vuole il nuovo allenatore Tito Corsi. Poi retrocede mezz’ala. Gioca 36 partite e segna due gol.
Dimostra gli stessi pregi e gli stessi limiti del campionato precedente. Ma quando ingrana è una bellezza, forse il giocatore più tecnicamente dotato, assieme a Crippa e a Matteoli, dell’intera storia del dopoguerra granata. Giocatore d’altri lidi, è davvero fantastico quando decide di esserci. Nell’ultimo campionato, quello del 1975-76, che segna la retrocessione della Reggiana in serie C, Sacco viene utilizzato meno e gioca solo 15 partite segnando un solo gol. Poi l’addio a Reggio e al calcio.
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