Nel Roller falcidiato dal Covid, dopo Greta fa il suo esordio Alessandro, 14 anni
In campo per gli ultimi due minuti nell’ultima partita il figlio di Daniele Uva, mito dell’hockey scandianese
Massimo Bassi
SCANDIANO. Il Covid non sembra voler dar tregua al Roller Scandiano che in campionato sta pagando caro prezzo le troppe assenze, come testimonia l’ultima sconfitta maturata dai rossoblù mercoledì sera sconfitti per 8 a 0 dal Grosseto. Un motivo per guardare al futuro con fiducia? Il continuo ricorso ai giovani del vivaio. Dopo la convocazione, come secondo portiere, di Greta Ganassi (prima donna della storia dell'hockey reggiano a essere messa a referto nel campionato di A1 maschile), l'altra sera il tecnico Massimo Barbieri ha spedito in campo, quando ala sirena mancavano due minuti e diciassette secondi, il 14enne Alessandro Uva, uno dei più giovani hockeysti della storia ad essere entrato in pista in Serie A1, se non il più giovane in assoluto – va ricordato che, fino a tre anni fa, l'età minima per giocare nella massima serie era quindici anni.
L'evento, in ogni caso, è storico. Una famiglia, quella del giovanissimo e brevilineo attaccante – residente ad Arceto - che ha l'hockey pista nel dna. Il padre, Daniele, ha fatto la storia dell'hockey scandianese: nella sua militanza in Serie A1 con l'allora Rotellistica targata Meccaniche Rossi, tra la fine degli anni '90 e l'inizio del millennio, ha portato Scandiano ai massimi livelli storici, ottenendo un terzo posto e affrontando in Champions il leggendario Barcellona, contro il quale Uva segnò sia all'andata sia al ritorno. Dopo un'esperienza da allenatore, oggi – all'età di 45 anni – Daniele calca ancora le piste di Serie B come giocatore. La madre di Alessandro, Caterina è un'istituzione hockeystica anch'essa.
Oltre a scudetti e coppe Italia vinte a Molfetta, ha difeso la porta della Nazionale Femminile conquistando due campionati europei e arrivando due volte in finale ai Mondiali. A fine carriera ha anche fatto la preparatrice dei portieri.
Elena infine, sorella di Alessandro, nella sua militanza – sempre ad alti livelli – è arrivata al titolo di vicecampionessa europea di club.
«Mercoledì sera – afferma Alessandro Uva, che era alla sua terza convocazione – in panchina ero tranquillo. Quando sono entrato mi sono ritrovato un po' confuso; d'altronde, fino a poco tempo fa, non pensavo neanche di poter essere convocato in prima squadra. Devo comunque dire che quei due minuti e diciassette sono passati velocemente. Ora, è scontato dirlo, pensare al valore storico del mio esordio è qualcosa di molto bello ed emozionante».
E com'è invece il sentirsi uno dei più forti d'Italia, tra i tuoi coetanei?
«Anche questo è molto bello e stimolante. Mi dà parecchia carica e soprattutto una forte spinta a cercare di migliorarmi di continuo. Tra l'altro, a proposito di possibilità di migliorarsi, il lato positivo di questa emergenza covid che sta coinvolgendo la squadra è appunto il fatto che offre ai giovanissimi come me l'opportunità di fare esperienze di valore unico».
A che età hai iniziato con l'hockey, e cosa ti ci ha spinto?
«Ho cominciato a cinque anni. Prima giocavo a calcio; e di hockey, nonostante gli inviti a provare ricevuti dai genitori, non ne volevo sapere. Finchè mi sono convinto, accorgendomi di saper pattinare da sùbito. È stato amore a prima vista».
E magari sai già che non smetterai più, sognando di fare il professionista.
«Sì, penso proprio che non smetterò più. E ci sta, ovviamente, di pensare a una carriera professionistica; è il mio sogno».
Quali sono le tue doti da giocatore?
«Sono un attaccante agile, veloce, e credo di possedere anche una buona tecnica e un ottimo pattinaggio».
Quanto somigli a papà? «Lui mi dice che alla mia età era più veloce ma meno tecnico. In ogni caso, anche se lui è mancino e io destro, ci somigliamo molto: entrambi siamo giocatori d'area». —
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