Sport in lutto: morto Dante Crippa, idolo dei tifosi della Reggiana
Con le sue serpentine, dal 1966 al 1970, fece innamorare la città: grazie a lui venne sfiorata la promozione in serie A
REGGIO EMILIA. Un altro pezzo della Reggiana se ne è andato. Con le sue serpentine, la tecnica sopraffina, i suoi dribbling lungo la fascia ha entusiasmato una generazione di tifosi granata che ora ha i capelli bianchi. Dante Crippa, il primo giocatore cui fu intitolato uno striscione, il famoso “Crippa show” che veniva srotolato nell’allora settore distinti del Mirabello ed anche in trasferta, se ne è andato ieri, all’età di 83 anni, all’ospedale civile di Brescia.
Era ricoverato da un po’ di tempo, da qualche anno non stava bene, tanto che i quattro figli - tutti medici - gli avevano impedito di presenziare alla festa del centenario.
Per dire il fascino di quell’ala sinistra, basta ricordare quel che raccontò un paio di anni fa alla Gazzetta di Reggio il parmense Gene Gnocchi: da ragazzino la domenica prendeva il treno per seguire la Reggiana perché innamorato di lui, Crippa.
Non per niente è uno dei pochi ritratti nel murales sul Mirabello che effigia gli eroi granata. Nato a Ronco Brianteo, hinterland di Monza, il 10 giugno del 1937, Crippa dà i primi calci nel Fanfulla Lodi, poi passa al Brescia, esordisce in serie A, passa al Padova di Nereo Rocco.
Nel ’62 si guadagna la chiamata della Juventus, ma causa infortuni non sfonda. Va, quindi, alla Spal e nel 1966, quando gli estensi lo considerano un poco già sul viale del tramonto, l’approdo a Reggio, quando aveva 28 anni.
Dopo i dissapori con il presidente spallino Mazza, quel volpone di Gigi Del Grosso fiutò l’affare. È l’inizio di una nuova avventura, forse gli anni migliori della carriera. Fino al 1970, in quattro campionati, totalizza 129 presenze e 29 reti. Lo si ricorda anche come uno specialista dal dischetto.
A Reggio lascia un segno indelebile. Ma deve fare i conti di nuovo con la sfortuna. A Genova, ad esempio, un brutto intervento da dietro lo obbliga ad un prolungato stop e priva la Reggiana dell’apporto del suo giocatore migliore nella corsa alla serie A, svanita per un solo punto (i granata arrivarono terzi nell’anno in cui erano previste solo due promozioni).
Nel 1970, dopo l’amara retrocessione per differenza reti, in una stagione che non voleva neanche disputare per ragioni familiari, appende le scarpe al chiodo, si trasferisce a Brescia: è relativamente giovane ma il suocero gli propone di portare avanti lui la sua attività di agente di commercio ed accetta. Sa che il calcio non può essere per tutta la vita.
Dante non lascia solo la moglie Bruna e i figli, ma anche un grande ricordo ai tifosi granata. Ha sempre dimostrato correttezza, signorilità. Nonostante spesso gli avversari dovessero ricorrere alle maniere brusche per fermarlo, mai un gesto di reazione, mai un’espulsione o una protesta fuori misura con gli arbitri.
I funerali sono fissati per domani alle 10,30 a San Bartolomeo di Brescia. Sarebbe bello che la Reggiana la stessa serata giocasse con il lutto al braccio e chiedesse un minuto di silenzio in memoria di uno dei suoi ex giocatori maggiormente entrati nel cuore della tifoseria.
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