Dieci anni fa a Passo Bocco la morte di Wout Weylandt
«Non si è accorta di nulla, e non ha nessun ricordo del gigante Wouter Weylandt». Elke lavora nella direzione della Trek Segafredo di Vincenzo Nibali. Ha due figli, ha un fratello. «Perché mio fratello c’è ancora», ripete sempre. Elke è la sorella di Wouter Weylandt, il corridore della Leopard Trek morto il 9 maggio di dieci anni fa a seguito di una caduta nella discesa del Passo del Bocco, dove ora c’è un cippo che lo ricorda. Era la terza tappa di un Giro partito da Torino. Quella che non si è accorta di nulla e che non ha alcun ricordo del gigante, è Alizeè, la figlia di Wout, che quel maledetto giorno era ancora nella pancia di mamma Anne Sophie e che sarebbe nata in settembre. Una tragedia immane per una corsa che è un simbolo di fatica, ma soprattutto di vittoria, di vita, di rinascita, come accadde nel 1946 o prova a fare anche in questa edizione che cerca di affrancarsi dalla pandemia. Il Giro non ha mai dimenticato Wout, nessun corridore gareggia più con quel numero, che però c’è sempre nelle scritte sull’asfalto o negli striscioni dei tifosi.
Fu tradito da un muretto che il ciclista colpì con il pedale sinistro quando era in discesa. Una caduta fatale, interminabili i minuti di silenzio con gli spettatori incollati alla tv nella speranza d’un miracolo. Inutili i tentativi di salvarlo da parte dei medici. La tappa proseguì, lo spagnolo Vicioso in fuga vinse a Rapallo. Ma niente braccia alzate, niente feste, non come al Tour 1995 quando Virenque e gli altri festeggiarono sul podio mentre sul Portet d’Aspet era appena morto Fabio Castarelli. Il giorno dopo, esattamente dieci anni fa, la tappa fu neutralizzata e sul traguardo di Livorno, al termine di una lunga e straziante processione, il gruppo tagliò il traguardo preceduto dai compagni di Wout, assieme all’amico Farrar che correva in un altro team, in lacrime. Ieri un grande numero 108 fatto disegnare dagli organizzatori sull’asfalto alla partenza da Stupinigi ha fatto tornare tutti indietro nel tempo. Elke, per un giorno, come fa ogni anno da quel 9 maggio, si è isolata: niente lavoro, nulla. Magari ha raccontato ancora alla nipotina chi era papà. —A.S.
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