Un (brutto) finale che era già scritto da un po’ di tempo
Giura e spergiura, Massimiliano Alvini che non c’è nulla che - da fuori - lo abbia spinto a chiamare di notte Doriano Tosi (nulla di strano, i due sono stati quasi un tutt’uno in questi due anni) per dirgli che no, un terzo anno a Reggio, in Serie C, lui non lo avrebbe fatto.
Per quanto ci riguarda potremmo anche credere alla versione del mister di Fucecchio: ci eravamo innamorati dei suoi allenamenti, al punto da illuderci - come lui - che la squadra che aveva infilato 5 partite buone nei playoff di C potesse farcela anche in B.
Il problema è che ci mancano dei pezzi per tentare di ricostruire la storia degli ultimi mesi. Per colpa della pandemia non abbiamo mai assistito a uno degli allenamenti della Reggiana e non abbiamo mai potuto nemmeno fiutare l’aria che tirava nello spogliatoio granata. L’avessimo potuto fare - forse, chissà - avremmo magari percepito qualche scricchiolìo.
Perché è evidente che c’è stato un momento in cui qualcosa si è rotto. E questo al netto degli errori che il duo Alvini-Tosi aveva commesso quando - senza programmazione - ci si è ritrovati in serie B con una squadra che si è rivelata non all’altezza.
Difficile dire quando si sia interrotto il feeling tra Alvini e la squadra. Di certo, c’è stato un momento, non sapremmo dire con esattezza quando (per le ragioni accennate poc’anzi) in cui Alvini andava per una strada e non tutti i giocatori lo seguivano. Banalmente, quando la squadra ha cominciato a inciampare.
A chi scrive resta impresso un fotogramma. E con esso una data, sempre cara al tifoso granata. Il Primo Maggio. La Reggiana ha bisogno di punti, la situazione è grave ma non ancora disperata. I playout sono ancora alla portata di Radrezza e C. La Reggiana gioca contro il Pordenone. E vince, lasciando accesa la fiammella della speranza. Ce n’è abbastanza per esultare e godersi il discorso motivazionale di Alvini ai giocatori. È questo uno dei regali più belli che l’allenatore di Fucecchio ci lascia andandosene: le partite vinte o comunque non perse e sudate, che finivano con una sorta di “terzo tempo”, con i giocatori in cerchio a caricarsi con le parole del mister. E invece, quel giorno, la scena a cui assistiamo dalla tivù è tutt’altra: al triplice fischio, Alvini scatta dalla panchina e quasi fugge negli spogliatoi. Una scena che non possiamo dimenticare, anche perché la settimana dopo, la peggior Reggiana dell’anno perderà - quasi senza scendere in campo - lo scontro diretto con il Pescara. Cosa sia successo in quella settimana, forse, servirebbe a comprendere tutta una stagione dal finale brutto e soprattutto già scritto da un po’. —
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