«La Reggiana è ancora la mia priorità La maglia granata la sento sulla pelle»
L’attaccante rientra dal Sudtirol e si mette a disposizione «La promozione in B è tra i miei ricordi più belli»
Luigi Cocconcelli
REGGIO EMILIA. Pronto a riprendersi la Reggiana, dove nell’anno della promozione aveva segnato otto gol in 18 partite, e a giocarsi le sue carte. Mattia Marchi non ha dubbi. Ad oggi il 32enne non si è neanche posto il problema se manifestare alla società la sua volontà di rimanere, pur sapendo di non poter essere sicuro di una maglia da titolare, oppure chiedere un trasferimento dove, magari, possa ottenere il prolungamento del contratto.
Marchi nel primo anno di Massimiliano Alvini è stato uno dei punti di forza ed è stato molto apprezzato per la sua attitudine al sacrificio.
«A parte - dice l’attaccante di rientro dal prestito al Sudtirol, dove ha collezionato 9 presenze e un gol- che per me i titolari li decide l’allenatore, è sempre stato così. Non ho ancora parlato con la società ed i miei procuratori. Adesso sono un tesserato della Reggiana, mi sento sulla pelle la maglia granata, ho ancora tra i ricordi più belli il campionato di due anni fa. La mia priorità è quella, penso che salirò in ritiro, poi vedremo».
Mi dia un giudizio sulla stagione appena andata in archivio. La retrocessione è arrivata perché la Reggiana era tra le meno attrezzate o ci possono essere altre spiegazioni?
«Non lo so, io lì ci sono stato fino a gennaio, ma le partite le ho seguite tutte, è andata male per tanti fattori. Quel che posso garantire è che il gruppo era ed è un gruppo meraviglioso, unito, affiatato, la spiegazione non va cercata lì».
Troppi gol subiti in apertura e chiusura di gare e una certa fragilità mentale: a mio avviso questi sono apparsi i problemi della Reggiana. Condivide questa analisi?
«Niente affatto, l’anno prima avevamo vinto quasi tutti gli scontri diretti, play-off compresi. Forse ad un certo punto c’è stato un calo di fiducia, l’entusiasmo è scemato con le sconfitte. La mancanza del pubblico. per noi è stata devastante, tutti giocavano a porte chiuse ma sappiamo la spinta che offre la tifoseria reggiana. Poi nel conto va messa anche la sfortuna, episodi girati male e mai a favore, ecco direi che la retrocessione è figlia di tanti piccoli fattori».
Da attaccante come spiega la difficoltà in fase realizzativa? Nel girone di ritorno il bottino di reti dei quattro giocatori offensivi è stato pari, se non inferiore, a quello dei difensori...
«Guardi, per me là davanti la Reggiana aveva buoni attaccanti, l’allenatore era sempre quello e sappiamo tutti il valore di Massimiliano Alvini, ci sono annate in cui fai più fatica. Forse c’erano anche difese più forti sul piano fisico, esperte, ma si vince e si perde tutti assieme, non lo dico perché fino a gennaio c’ero anch’io o per rispetto verso colleghi di reparto, ma perché li conosco, tecnicamente ed umanamente, non erano e non sono scarsi e mi pare ingeneroso andare a dividere le responsabilità».
Per un certo periodo a Reggio si è dato per certo l’arrivo, sulla panchina granata di Vecchi. Il tecnico le ha detto qualcosa, le ha cjhiesto informazioni?
«No, lui è una persona molto riservata, seria, preparata, conoscitore del calcio e della C. Quindi per me la realtà reggiana la conosce, non so se ci sia stata una trattativa ed, in tal caso, perché non sia andata a buon fine».
Il nuovo allenatore Diana lo conosce?
«Personalmente no, non ho giocato contro il Renate per cui non posso esprimersi sul tipo di calcio proposto. Se la Reggiana lo ha scelto, vuol dire che hanno visto in lui le caratteristiche giuste per riportare la squadra là dove merita». —
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