Riccardo Cervi si ritira a trent'anni: «Resteranno con me i rapporti con le persone incontrate in carriera»
Il centro reggiano racconta la sua carriera, dagli esordi sino allo scudetto sfiorato
REGGIO EMILIA. «Ho preso la decisione di ritirarmi dal basket molto serenamente. Ho fatto di tutto per risolvere i problemi ma non ci sono riuscito. Dispiace, si chiude una porta ma si apriranno sicuramente altre strade interessanti».
Riccardo Cervi ha detto basta a soli 30 anni: troppo grandi i limiti causati dai fastidi alle ginocchia. Problemi che per un giocatore della sua altezza non sono certo indifferenti, e che lo avrebbero costretto ad altri anni di terapie e interventi.
Appendere le scarpette al chiodo non è mai facile per un giocatore professionista, ma quella del centro reggiano è stata una scelta ponderata. L’annuncio del ritiro è così l’occasione di ripercorrere la sua carriera.
Come si è avvicinato alla pallacanestro?
«Da bambino giocavo come portiere alla Fides, ma non era il mio. Fisicamente ero portato e in famiglia c’era la tradizione di cestisti, così ho provato al Basket 2000. Sono rimasto tre anni, prima che Andrea Menozzi (responsabile del settore giovanile della Pallacanestro Reggiana, ndr) mi portasse nel club biancorosso. Da quel momento è iniziato tutto un altro cammino: il settore giovanile biancorosso ti tratta infatti già da professionista».
Con la prima squadra ha debuttato in Legadue. Qualche ricordo dei suoi esordi in maglia Trenkwalder?
«Il primo anno è stato sofferto con la salvezza conquistata solo all’ultima giornata, ma la stagione successiva abbiamo disputato un grande campionato ottenendo la promozione. Successivamente ho giocato tre anni in serie A con Reggio e ho sempre disputato i playoff, sino ad arrivare alla finale scudetto del 2015. L’anno prima, nel 2014, abbiamo vinto l’Eurochallenge praticamente a casa nostra».
Rimpianti per quella serie con Sassari che avrebbe potuto regalarvi il tricolore?
«Più in Gara 6. Gara 7 è stata vinta meritatamente dalla Dinamo, ma nella sfida a Sassari a un certo punto abbiamo avuto realmente la sensazione che si potesse davvero fareZ.
L’anno successivo l’esperienza ad Avellino, conclusa con un’altra grande serie in semifinale scudetto contro la Grissin Bon.
«È stato il mio primo anno fuori casa, e l’inizio è stato difficile, caratterizzato da diverse sconfitte compreso il derby casalingo contro Caserta. Poi siamo cresciuti tantissimo, mettendo a segno undici vittorie consecutive che ci hanno dato slancio. La semifinale? Penso che se avessimo giocato altre dieci gare noi non avremmo mai vinto a Reggio e la Grissin Bon mai in Irpinia».
Nell’estate del 2016 il ritorno alla Pallacanestro Reggiana dove rimane sino al 2019.
«Sono tornato con un ruolo più importante, ma proprio in quell’anno sono cominciati i problemi alle ginocchia. La stagione successiva è stata quella del grande viaggio in Eurocup, mentre l’ultimo campionato è stato molto pesante: c’erano grossi problemi e, da reggiano oltre che da capitano, li sentivo tutti».
Poi ci sono state Varese, Trieste, Roma, Scafati: quattro squadre in due anni senza continuità. Perché?
«A Varese non c’era feeling con il sistema del coach Caja (attuale allenatore della Pallacanestro Reggiana, ndr) così ho cambiato squadra e sono approdato a Trieste. Dopo poco è però scoppiata la pandemia e il campionato è stato interrotto. Nella scorsa stagione ho firmato un contratto con Roma: già all’inizio c’era qualche timore per i problemi societari, dunque non è stata una doccia fredda. La squadra non era così male: mi è dispiaciuto soprattutto per la città e per le persone che lavoravano in società».
La scelta di scendere in Legadue da cosa è stata determinata?
«Ho subito un intervento allo stesso ginocchio, e così dopo qualche settimana, mi sono accordato con Scafati nel tentativo di tornare in forma. Ho cercato di aiutare la squadra, ma mentre giocavo mi sono accorto che i problemi non erano però stati risolti. Così ho detto stop, anche perché sovraccaricando avuto problemi nella vita quotidiana fra qualche anno»
Le sue esperienze con la Nazionale?
«Nel 2011 ho conquistato la medaglia d’argento all’Europeo Under 20. Vedere tanto affetto intorno alla Nazionale è bello, era emozionante. Dispiace solo non essersi goduto a pieno l’atmosfera della Nazionale, perché avevo sempre il pensiero del fisico: giocare d’estate non ha infatti aiutato a migliorare la mia condizione fisica».
Ha ricevuto diversi messaggi di saluti e ringraziamenti. Quanto le fa piacere?
«Ne ho ricevuti più di quanto mi aspettassi. Di tutti questi anni rimane l’affetto ricevuto. Quello che mi porto dietro non sono le statistiche o il risultato di una singola partita, ma i rapporti con i compagni e con le persone con cui ho condiviso un percorso».
Anche sui social ha sempre mostrato l’aspetto ludico della sua professione. C’è un motivo particolare?
«Ho sempre cercato di conoscere a fondo i miei compagni, anche fuori dal campo. Se c’era un bel gruppo fuori, del resto, lo si vedeva anche in campo. È sempre stato così».
Cosa farà adesso?
«Al momento non ho intenzione di restare nel mondo basket. Lavoro d’ufficio? Non fa per me, mi piace essere libero e in movimento...». —
RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
