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BASKET: IL LUTTO 

Silvestrin, il gancio in cielo Addio al gigante gentile

Giorgio Billeri
Silvestrin, il gancio in cielo Addio al gigante gentile

È morto ieri a 60 anni dopo una rapida malattia, il basket italiano sconvolto  Da Livorno a Pistoia tanti anni di grande tecnica e di leadership nello spogliatoio

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Giorgio Billeri

Il dolore è di tutti. Di tutta l’Italia del canestro, che ieri ha perso uno dei personaggi che meglio la rappresentava. Perché Luca Silvestrin, morto ieri all’età di 60 anni (era nato a Venezia il 5 febbraio del 1961), alla pallacanestro aveva regalato, ricambiato, tutto il suo amore. Una malattia, rapida e cattiva, l’ha portato via ieri all’amore dei due figli e all’affetto di tutti i tifosi che aveva fatto sognare e gioire con il suo gancio, antico eppure così moderno, con il suo piazzato dalla media distanza, con i suoi rimbalzi di posizione, soprattutto con la sua capacità di coinvolgere tutti nel gioco, compagni e tifosi. Era per questo, anche per questo, che la sua figura resterà incisa a chiare lettere nel libro del basket italiano, che non si nutre di soli fuoriclasse ma anche di belle storie come la sua.

Luca Silvestrin era, soprattutto, un ragazzo di cuore. Buono, generoso, gentile. Uno che, con espressione forse un po' scontata ma mai calzante come in questo caso, era il collante di tutti gli spogliatoi, e sono stati tanti, in cui è passato in una carriera lunga e piena, su è giù per lo Stivale, ad esportare la sua tecnica sopraffina, a formare gruppi, ad essere un leader naturale, magari senza volerlo.

Non era stato dotato dalla natura di un fisico da superman, ma Luca si era formato in una scuola tecnica eccelsa come quella della Reyer Venezia. Dove i fondamentali si imparano davvero.

Lui, figlio della Laguna, a soli sedici anni venne lanciato in prima squadra, nella Reyer allora targata Canon, da uno che di basket qualcosina capiva: Tonino Zorzi. Un pivot di 2.05 diverso dagli altri: più leggero, meno muscolare di tanti altri e quindi naturalmente portato a girovagare sul perimetro per trovare anche il tiro da fuori, mentre nell’area pitturata il suo tiro in allontanamento e soprattutto il gancio diventarono il marchio di fabbrica.

Dal 1983 in poi, Silvestrin divenne il pivot con la valigia, toccando gli angoli più prestigiosi della pallacanestro italiana: dalla Scavolini Pesaro a Forlì, da Udine alla Pallacanestro Livorno, dove restò una sola stagione ma legò con i tifosi e la città, proprio in virtù di quel carattere aperto, solare, gioviale che i veri veneti possiedono. Poi l’approdo a Pistoia, ai tempi belli della Kleenex, forse la città e la gente che Luca, Venezia a parte, ha amato di più. Era la squadra di Leon Douglas, di Ronnie Rowan, di Capone, di Crippa e di Lanza, compagni e amici che ha continuato a sentire e vedere in tutti questi anni. Tre stagioni indimenticabili, grandi risultati e una simbiosi unica con la città. Poi Torino e il nostalgico ritorno alla casa madre, la Reyer dove ha chiuso nel 2000, a quasi 40 anni.

Ma il rapporto tra “Silvestro” e il basket non poteva finire qui. Insieme a Dan Gay, Procaccini, Morandotti e tanti altri ha giocato – e vinto – Mondiali ed Europei riservati agli “Over”. Costruendosi, nel frattempo, anche un solido futuro come promotore finanziario nel suo Veneto. In pochi sapevano degli ultimi, disperati giorni di Luca. Ieri tutto il suo mondo, quello del basket, lo ha saputo nel modo peggiore. Di lui resteranno tanti ricordi: gli occhi buoni, il sorriso, la simpatia. E quel gancio che baciava la retina.

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