Sacchetti e quel gol al Manuzzi che valse la serie A ai granata
Il personaggio. Un tifoso speciale per la Reggiana
l’intervista
cristiana Filippini
«Non ho problemi ad ammettere che domenica farò il tifo per la Reggiana». Paolo Sacchetti, romagnolo di Cesenatico ma che in carriera non ha mai indossato la casacca del Cesena non ha dubbi, farà il tifo per la Reggiana.
«È vero – spiega – solo una volta sono stato vicino a firmare con il Cesena ma tirarono la cose pe lunghe e quando si fece avanti la Reggiana che mi voleva a tutti i costi non ci pensai due volte. E mai scelta fu più azzeccata».
Mettiamo per un attimo da parte il passato e veniamo al presente. Sta seguendo il campionato?
«Sì. A parte il Milan, gli altri risultati che guardo sono proprio quelli di Reggiana, Modena e Cesena».
Praticamente il top del girone.
«Direi che in questo caso i pronostici della vigilia sono stati rispettati. E mi aspetto anche una risalita del Pescara nonostante la sconfitta beffa di lunedì. Tutte realtà che con la serie C hanno poco a che fare».
Della squadra granata che idea si è fatto?
«Ho seguito qualche partita e mi sono fatto l'idea di una squadra che sa il fatto suo, padrona del campo e con personalità. Ho messo nel mirino l'obiettivo da raggiungere e cerca di centrarlo imponendo il proprio gioco. Mi sembra pronta per fare il salto di qualità».
Da Reggiana - Cesena cosa dobbiamo aspettarci?
«Una bella partita anche perché, e non ho dubbi, ci sarà il pubblico delle grandi occasioni. Azzardo, ma non mi stupirei di vedere 10mila persone. E spero che vinca la Reggiana perché quella di Reggio per me è stata una tappa fondamentale».
Tra l'altro lei al Cesena presentò il conto a cinque gare dal termine quando segnò il gol della prima promozione in serie A.
«Esatto, festeggiare la promozione a Cesena fu davvero il massimo. Quello fu il mio nono e ultimo gol di quella stagione».
Lei ha parlato di Reggio come di una tappa fondamentale della sua carriera, nonostante sia rimasto solo una stagione. Poi cosa è successo?
«Dopo quella stagione, sono rimasto anche all'inizio di quella successiva poi a novembre sono andato via».
Come mai quella scelta?
«Non giocavo mai: mister Marchioro puntava su altri giocatori. Nessuno mi mandò via, fu solo una decisione mia».
Pentito di quella scelta a distanza di tanti anni?
«Un po' sì anche perché la serie A me la meritavo».
Chiudiamo con un ricordo del Mirabello.
«Io lo racconto come raccontano il loro stadio quelli del Manchester United: il teatro dei sogni. Quando si entrava in campo non si vedeva uno spazio vuoto e per gli avversari diventava impossibile uscire con dei punti. Tant'è vero che non subimmo nessuna sconfitta: i tifosi facevano la differenza. Mai sentito un fischio o una critica».
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