«Pronti a scrivere insieme una grande pagina dello sport reggiano»
Roberto Manghi, allenatore del Valorugby, si prepara a un 2022 pieno di stimolanti sfide: «Padova è primo ma quest’anno noi abbiamo qualcosa in più: giochiamo sempre per vincere»
REGGIO EMILIA. Sta per ripartire, Covid permettendo, il cammino del Valorugby nel campionato nazionale PeroniTop10.
A gennaio sul calendario sono già cerchiate in rosso le date dei primi tre weekend (dedicati alla Coppa Italia) preludio all’inizio del girone di ritorno del campionato che inizierà sabato 29 gennaio allo stadio Mirabello contro Piacenza.
Farolini e compagni stanno rispettando i pronostici della vigilia confermandosi nel gotha del rugby italiano sulla scia di un percorso di crescita iniziato con l’avvento al comando societario del patron Enrico Grassi.
A dare continuità sul campo c’è poi Roberto Manghi, l’head coach e DoR del club, che traccia per la Gazzetta un bilancio dell’anno appena concluso e un auspicio per il 2022 da poco iniziato.
La stagione scorsa si chiusa in semifinale scudetto con l’inutile vittoria sul campo di Padova. È un’eliminazione che brucia ancora?
«Quella partita ci ha lasciato un po’ di rammarico per ciò che sarebbe potuto accadere ma anche molto altro. Il nostro patron dice sempre che “o vinco o imparo”. Quella vittoria ci ha dato la consapevolezza di essere all’altezza dei migliori, che con la mentalità giusta si può arrivare alla vetta. Il nostro obiettivo non è quello di essere tra le migliori quattro-cinque squadre del campionato, questa è ormai una realtà. Noi vogliamo diventare i migliori».
Al momento davanti a voi in classifica ci sono ancora i “tuttineri” padovani.
«In estate il presidente Grassi ci ha concesso di rinforzare la squadra. Siamo attualmente secondi dietro al Petrarca. Abbiamo anche giocato una gran partita sul loro campo, ma hanno vinto loro. Quindi si sono dimostrati i più forti. Ad oggi. Ma noi quest’anno abbiamo un qualcosa in più, non lasciamo nulla di intentato, giochiamo sempre per vincere. Abbiamo il miglior attacco del campionato, ma la difesa sta crescendo partita dopo partita, così come la disciplina e le fasi statiche. Ad oggi la classifica dice che Padova è superiore, ma noi vogliamo dimostrare all’Italia del Rugby che siamo pronti per puntare alla vittoria».
Il suo Valorugby sta mettendo in vetrina tanti giovani. È la vostra filosofia?
«Io non guardo l’età dei giocatori che ho. Se ci sono ragazzi che in questo momento si stanno mettendo in evidenza, il merito è del gruppo squadra nella sua totalità. Per un giovane che emerge c’è un compagno più esperto che lo aiuta e lo sostiene, dà il giusto consiglio in campo. C’è uno staff che sa metterli nelle condizioni migliori di esprimersi. E dirò di più: abbiamo altri giovani da lanciare. Penso a Teneggi, Mazzei, Pagnani: arriverà anche il loro momento».
E poi c’è questo giovane mediano di mischia argentino, Gonzalo Garcia, che sta conquistando tutti...
«Garcia è il miglior giocatore del campionato italiano. Punto. Bravi noi a portarlo in Europa, così come gli altri giocatori argentini (Castiglioni, Diaz, Sbrocco, ndr). Il progetto era che giocassero come “italiani”, così ci era stato prospettato in primavera dalla Federazione, ma poi la Circolare Informativa pubblicata conteneva regole diverse. Non importa, nella mia squadra non ci sono italiani, argentini, sudafricani o neozelandesi. Ma solo giocatori che credono nel progetto Valorugby, orgogliosi di portare il valore sportivo di Reggio e dell’Emilia sui campi di tutta Italia».
Sono rientrati molti infortunati, all’appello manca solo Leaupepe. Quando potrà rientrare?
«Ormai ci siamo, Angelo è pronto e lo vedremo in campo a gennaio. Lui può far davvero la differenza, lo scorso anno è stato fermato sul più bello da quel maledetto infortunio, ma sono certo che ci saprà dare quest’anno il contributo mancato nella passata stagione. Ma al di là del talento e delle doti fisiche, il valore aggiunto di Leaupepe è il suo essersi integrato nel progetto Valorugby e nella realtà reggiana».
Ha già chiesto al patron Enrico Grassi un eventuale “rinforzo” in vista del rush finale?
«La squadra è già forte così. Da quando sono a Reggio non ho mai fatto stravolgimenti a stagione in corso. Se arriverà qualcuno sarà perché si integra nel nostro progetto mettendosi a disposizione dello staff tecnico con voglia e umiltà».
Com’è il rapporto con Jacques Brunel?
«Jacques è prima di tutto un amico che crede nel progetto. Per noi è un punto di riferimento: la sua esperienza internazionale è un valore aggiunto nel continuo confronto sulle strategie e i sistemi di gioco. La sua presenza mensile è di aiuto a tutto il gruppo. Anche in questo caso non posso che ringraziare il patron per averci dato l’opportunità di avere Jacques in uno staff che vede anche il contributo fondamentale di Viliami Vaki, Antonio Zanichelli e Silvano Garbin che coordina un gruppo di giovani preparatori atletici di altissimo livello, del team medico dove a un professionista di esperienza è affiancato un giovane di valore che ha voglia di fare bene e di crescere. A tutti loro va il mio grazie per il contributo che stanno dando alla crescita del Valorugby».
A questo punto, manca solo la risposta del pubblico.
«Il sostegno dei reggiani potrebbe essere la vera spinta in più verso un sogno che riempirebbe di orgoglio tutta la città. Abbiamo uno zoccolo duro di tifosi fantastici che ci seguono anche in trasferta, ma il mio sogno è di vedere il Mirabello, con sempre più persone e famiglie che scelgono di venire a vederci e sostenerci. Noi, la Reggiana, la Unahotels siamo squadre di vertice, che teniamo alto il nome di Reggio in tutta Italia. Ecco, se proprio devo fare un appunto, diciamo che le strutture che ci vengono date non sono all’altezza di quanto stiamo facendo nei rispettivi sport».
Si riferisce al Mirabello?
«Non è bello che il basket debba andare a Casalecchio, il calcio debba pagare un affitto e il rugby costretto a giocare, pagando, su un campo che dopo i lavori eseguiti in estate è ai limiti della praticabilità. Le società, i tifosi, la città non merita questa situazione».
Qual è lo stato di salute del rugby italiano?
«Si fatica, non da oggi. Io ho una mia teoria: credo che la rinascita del rugby italiano non possa prescindere da una valorizzazione del massimo campionato fatto di club legati ai territori, che crescono tanti giovani desiderosi di crescere e rappresentare un giorno la maglia azzurra. Dobbiamo credere di più nella nostra identità. Noi italiani siamo diversi, viviamo di sogni ed emozioni. Pensiamo solo a come storicamente abbiamo dato vita al Rinascimento. Noi non siamo anglosassoni, né sudafricani. Non è detto che il loro modello sia quello giusto per noi. Le due franchigie non hanno raccolto né risultati né portato giocatori di livello in azzurro, infatti la Nazionale perde da anni. Penso sarebbe meglio tornare ad un campionato italiano più competitivo e attrattivo per giocatori, squadre e tifosi dal Piemonte alla Sicilia, perché oggi si fatica ad arrivare a Roma. Mi auguro che il nuovo corso Fir vada nella direzione di cambiare davvero anche l’alto livello del rugby italiano. Basta con la brutta abitudine conservatrice: bisogna guardare avanti, non indietro. Il cambiamento non deve essere interpretato come un giudizio sul passato, ma una naturale e necessaria evoluzione in un mondo che cambia velocemente. I giovani debbono crescere nei propri club per poi approdare nel Top10, non a fianco delle Franchigie che senza volerlo “spengono” gli entusiasmi. Va costruito un sistema di canali intercomunicanti che permettano di crescere a chi decide di investire. Dobbiamo recuperare entusiasmo e cuore. Quando vedo i nostri giovani dare il 100% di se stessi, ritrovo le motivazioni che mi hanno portato tanti anni fa a lavorare nel mondo del rugby. Il campionato va progettato costringendo le società ad essere professionali anche se il nostro sport è dilettantistico. Più strutture, più organizzazione, più marketing».
E poi c’è … il Covid. Qual è la situazione attuale nel rugby?
«Il Covid non riguarda solo il rugby, non riguarda neanche solo lo sport in generale. Ma siamo dinanzi a un fenomeno storico inedito contro il quale, ad oggi, l’unica arma che abbiamo a disposizione è quella del vaccino. Venendo a noi, abbiamo avuto a fine dicembre una decina di giocatori positivi. Come società abbiamo da sempre messo al primo posto la salute dei ragazzi senza risparmiarci con tutti gli strumenti a disposizione, dai tamponi alle norme di sicurezza e prevenzione, e ringraziamo l’Ausl per il sostegno alla gestione di queste situazioni. La Fir sta facendo il possibile, ogni società deve fare la propria parte».
Come si sente ad essere un parmigiano col sogno di portare Reggio allo Scudetto?
«Come giocatore, allenatore e dirigente ormai mi considero un Parmigiano… Reggiano. Battute a parte, non posso che essere onorato e orgoglioso di avere questa opportunità. Se la merita il nostro presidente in primis, se la merita il gruppo di persone da anni impegnate a far crescere il progetto, se la meritano gli appassionati e i tifosi reggiani. Venite al Mirabello e questo non rimarrà solo un sogno, ma un obiettivo concreto mai così vicino».
R.S.
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