Tre ore di grandi emozioni
Cori, musica e nell’intervallo la sfilata delle vecchie glorie biancorosse del 1982
Reggio Emilia Inizia con un gran “Rumore”, storica sigla di ingresso biancorosso, e finisce con il volume mesto di una sconfitta amara, sancita solo nel finale, il gran rientro a casa. È stata una giornata praticamente perfetta, guastata solo da un “dettaglio” come il risultato conclusivo, quella vissuta ieri dalla Pallacanestro Reggiana e da tutto il suo mondo.
Dopo mille attese, dopo la pandemia, dopo i cantieri indecifrabili, dopo due anni di trasferte bolognesi obbligate, dopo 987 giorni la squadra biancorossa ha finalmente riassaggiato il proprio palazzo. Un Bigi rimesso oggettivamente a nuovo, scintillante e accogliente, pur con un effetto acustico decisamente rivedibile, ha accolto quasi 3900 persone e un pieno di emozione impossibile da non cogliere.
Bastava guardare i visi curiosi di scoprire le novità, i sorrisi prima incerti e poi sempre più smaglianti man mano che ci si avvicinava alla palla a due, le magliette bianche celebrative indossate a ripetizioni, i cori degli Arsan che prendevano vigore e intensità. Un pieno di emozione notevole, gustosissimo e capace di donare qualche brivido a un pubblico che – con l’eccezione di qualche giovanissimo – ha già trascorso tante primavere nelle vecchie mura di via Guasco e non vedeva l’ora di toccarle nuovamente, salutando l’efficientissima ma lontana Unipol Arena. Questa emozione l’hanno patita tutte e tutti, compresi i giocatori, e l’avvio oltre lo stentato contro una formazione quadrata come Tortona è stato lo scotto da pagare. È mancata solo la ciliegina dei due punti della vittoria con cui bagnare il rientro, come hanno ricordato Menetti, Olisevicius e il ds Barozzi. Ma, con un campo casalingo capiente, accogliente e caldo, le soddisfazioni non dovrebbero mancare, anche in questo senso.
Fra due giorni, l’esordio casalingo in coppa con l’AEK Atene rappresenterà già una buona occasione per rifarsi.
Per adesso, ci si dovrà accontentare di riempire l’album delle cartoline dei ricordi con tre ore palpitanti, segnate da tante tappe. Dalla coda, ordinata ma fremente, che già prima delle 16 ha iniziato a formarsi fuori dagli ingressi e dalla biglietteria, agli ordinati deflussi conclusivi, in un palazzetto decisamente più organizzato e gestibile rispetto agli acciacchi dell’ultimo periodo pre-Covid.
E poi, la sfilata di visi amatissimi, di gran parte dei protagonisti di una storia più che quarantennale che a Reggio e ai tifosi ha donato parecchie gioie, oltre che diverse lacrime. La nuova proprietà ha fatto gli onori di casa alle autorità, all’uomo che per vent’anni ha tenuto viva la fiamma, Stefano Landi, e agli eroi di ieri e di ieri altro. Rimantas Kaukenas è arrivato in via Guasco una manciata di secondi prima dell’avvio, tirato a lucido come di consueto, accolto da un’ondata di pacche, abbracci, richieste di foto e poi di applausi.
Nell’intervallo, la strada della memoria si è aperta sino a quarant’anni fa, con un bell’omaggio ai giocatori, allo staff e ai dirigenti che nel 1982, vincendo a Udine, regalarono per la prima volta alla città l’approdo nel basket professionistico. Da allora, non ci si è più voltati indietro, con una costanza pari a quella di pochissime società. C’era Mario Ghiacci, allora capitano e poi architetto dietro alla scrivania, c’era l’amatissimo Orazio Rustichelli, bandiera di reggianità e di orgoglio se ce n’è una, c’erano il presidente dell’epoca Prandi, Gianni Pastarini, Giulio Farioli, il preparatore Beppe Bellelli e quello che in quei giorni era un ragazzino promettente soprannominato “Papero”, Piero Montecchi. E c’era lui, troneggiante e fastoso, il Bigi. Mancavi, mancavi tanto. Bentornato. E niente più scherzi.
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