Improvvisazione e ritmo nel disco Rapsodia satanica
È uscito il nuovo album de I Giardini di Mirò Sei componimenti tratti dal film di Nino Oxilia
CAVRIAGO. Ritorno alle origini o nuovo corso? Difficile da dire, ma quel che è certo è che i Giardini di Mirò – uno dei gruppi indipendenti più importanti del panorama provinciale, e non solo – sono tornati e lo hanno fatto alla grande. “Rapsodia Satanica” è il sesto album della band cavriaghese composta da Jukka Reverberi, Corrado Nuccini, Emanuele Reverberi e Luca Di Mira.
Uscito per l’etichetta Santeria, le sei composizioni mettono in musica l’omonimo film di Nino Oxilia, uscito nel 1917. Sei tracce, nominate con numeri romani dispari senza successione logica, nessun testo, nessun cantato: l’album è un’esperienza sonora trascinante, che si muove tra i territori del prog, del post rock ma anche del blues e dell’elettronica.
«Ogni disco è una nuova avventura – spiega Jukka Reverberi – e non deve per forza stare dentro un percorso di evoluzione naturale rispetto al disco precedente. Questo ci serve anche per non ripeterci. Per continuare ad essere noi stessi anche nel cambiamento».
Echi di blues, shoegaze, ma anche elettro-dance: nuovo indirizzo musicale della band o è la suggestione delle immagini e del testo?
«Il rapporto con le immagini è fondamentale in un lavoro di sonorizzazione. Imprescindibile la conoscenza e la visione profonda del film, devi farlo anche tuo. È un passaggio necessario per non limitarsi ad appoggiare una musica su delle immagine, ma per fare in modo che questi due mondi lavorino assieme e possano anche superare la distanza temporale che li separa. Poi è chiaro che nel pensare per note vengano fuori tutti i mondi sonori che visitiamo con i nostri ascolti. Abbiamo studiato le nostre collezioni di dischi molto più che i testi scolastici».
Qual è stato il rapporto con la composizione originale di Mascagni?
«Mi piacerebbe dire che lo abbiamo analizzato prima su pentagramma e poi ascoltato, ma non credo nessuno di noi abbia ascoltato quel lavoro per più di un minuto. È uno dei pochi lasciti dell’attitudine punk nel nostro modo di fare musica».
Come sono nate le composizioni?
«Corrado (Nuccini, ndc) ha ricevuto per primo il film e ha prodotto alcuni demo-suggestioni che ci ha fatto avere. In un secondo momento, tutti assieme, con cinque sessioni in sala prove, le abbiamo sviluppate e trasformate rendendole idee collettive. In alcuni casi è rimasto qualcosa di quei demo (penso in particolare all’andamento blues di un pezzo), in altri ci siamo limitati a tenere un suono per andare dove il film e l’improvvisare assieme ci ha portato».
Qual è “l’autonomia” del vostro disco? Cosa perde e cosa guadagna con o senza le immagini?
«Penso che questo disco possa avere un suo spazio anche lontano dalle immagini. Sono composizioni strumentali, con una forma compiuta e una struttura precisa; un’operazione in parte meno concettuale rispetto alla sonorizzazione de “Il Fuoco”».
Dopo il fortunato esperimento di quell’album, non pensate di rischiare di venire incasellati in un nuovo filone? Da compositori a sonorizzatori?
«Non lo vedo come un rischio ma come un’opportunità. Questi lavori di sonorizzazione ci danno sempre molta energia e stimolo intellettuale, cosa molto importante per noi che siamo dediti a del basso umorismo da furgone. Lavorare con le immagini poi, paradossalmente, ti dà una grande libertà di movimento: mai avremmo pensato di mettere una parte di saz (strumento a corde turco, ndr) in un pezzo dalla struttura più tradizionalmente rock, giammai l’etno rock pop. Qui è un mondo diverso, dove proviamo ad andare oltre le nostre abitudini».
Suonerete a Reggio?
«Suoneremo al Rosebud. Siamo grandi fan degli spazi pubblici dedicati alla cultura. Soprattutto siamo fan di quei luoghi pubblici che, non dico sempre, ma ogni tanto decidono di non scendere al compromesso con il nazionalpopolare e azzardano proposte alternative. Cose che possono apparire pretenziose, “con le quali non si mangia”, ma che sono espressioni di vivacità della nostra cultura. Per tutto il resto ci sono già i format tv, le piazze piene e il futuro delle start up e delle pin up. Lasciamo almeno qualche oasi alla curiosità».
Daniele Valisena
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