«Listen», i Beatles ci fanno capire il mondo d’oggi
Quei favolosi anni Sessanta, le contestazioni e una chiave di lettura per il presente
SEGUE DALLA PRIMA
sequoie ancora giovani e che un giorno diventeranno imponenti. Per terra c’è un mosaico regalato da alcuni artigiani di Napoli, s’intitola Imagine, come una delle sue canzoni più belle. Tra i suonatori di chitarra che si radunano lì dall’alba a mezzanotte ci sono i miei coetanei e quelli dei miei figli. John Lennon era ormai un ex Beatle quando nel 1971 decise di trasferirsi a New York. Con la sua compagna Yoko Ono presero un appartamento al palazzo Dakota, tra Central Park West e la 72a strada. Pochi isolati più a nord di casa mia, il Dakota è uno degli edifici più antichi dell’Upper West Side, risale al 1884. Perciò è insolitamente basso per Manhattan, solo dieci piani, ma con soffitti da cattedrale.
Lo stile è quello dell’Inghilterra vittoriana, con un sovrap- più di decorazioni gotico-germaniche che possono renderlo sinistro. Che una maledizione pesi sul Dakota, sembra confermarlo Roman Polanski: ci girò alcune scene del film horror Rosemary’s Baby un anno prima che sua moglie Sharon Tate venisse ferocemente assassinata dalla setta satanica di Charles Manson. Ma il Dakota ha sempre attirato le celebrità: ci hanno vissuto Lauren Bacall, Leonard Bernstein, Judy Garland, Rudolf Nureyev. La sera dell’8 dicembre 1980, alle 22.50, John e Yoko stavano rientrando a casa quando un fan dei Beatles che qualche ora prima aveva ottenuto il suo autografo, Mark David Chapman, gli sparò quattro colpi alla schiena, uccidendolo. Yoko decise di spargere le ceneri di John lì di fronte, a Central Park. Il giardino-memoriale fu inaugurato dal sindaco cinque anni dopo, da allora è un luogo di pellegrinaggio dal mondo intero.
Strawberry Fields Forever, intitolano quel giardino alla sua memoria. Composta da John nel 1966, è considerata uno dei capolavori dei Beatles, una sintesi dello «spirito degli anni Sessanta». Arriva dopo che il quartetto ha dato l’addio definitivo ai concerti dal vivo, inaugura il periodo surrealista e psichedelico, influenzato da droghe pesanti (Lsd). C’è dentro anche un pezzo dell’infanzia di John. A Liverpool abitava vicino a un orfanatrofio dell’Esercito della Salvezza, chiamato Strawberry Field. La zia Mimi non voleva che lui andasse a giocare coi bambini dell’istituto, e John disubbidiva. «Non c’era nulla che meritasse l’impiccagione», recita (letteralmente) una strofa della canzone. Prima ancora dell’omicidio, la sola presenza di Lennon a New York ha fatto scandalo. L’ex Beatle arriva in America nella fase più trasgressiva e sovversiva della sua vita. Da solo compone le canzoni più politiche: Working Class Hero, Power to the People, Imagine, Give Peace a Chance. Diventa un simbolo della contestazione contro la guerra del Vietnam. Al punto che il presidente Richard Nixon lo fa spiare dall’Fbi e avvia una procedura per espellerlo dagli Stati Uniti. La sua richiesta di Green Card (permesso di residenza permanente) viene bloccata per cinque anni. L’accanimento contro un cantautore sembra incredibile.
Gli archivi presidenziali desecretati rivelano un Nixon ossessionato dall’idea che Lennon aizzi i giovani contro di lui in piena campagna elettorale, e che le proteste possano costargli la rielezione. I documenti interni alla Casa Bianca evocano l’espulsione di Lennon come una «contromisura strategica». L’Fbi raccoglie un dossier di 281 pagine, per dimostrare la pericolosità di quei… campi di fragole eterni. Ma che cos’è quello «spirito degli anni Sessanta», di cui Strawberry Fields è un concentrato? Perché quel decennio resta così importante, ancora oggi esercita un fascino misterioso, seducente o malefico?
E perché i Beatles ne sono diventati un simbolo intramontabile? I Beatles non sono tra gli «ideologi» degli anni Sessanta. Ben altre erano le teste pensanti di quel tempo: da Marcuse a McLuhan, da Foucault a Barthes, da Allen Ginsberg a Timothy Leary. Molti di quei nomi, però, oggi sono scivolati nell’oblio o nelle biblioteche per specialisti. I Beatles rimangono. Per la qualità intramontabile della musica, linguaggio universale. Ma anche per il loro eclettismo, il fiuto istintivo con cui raccoglievano gli stimoli, le idee, le tendenze che formavano «l’aria di quel tempo».
E anche ai loro tempi, si sentirono «obbligati» ad analizzare il fenomeno Beatles alcuni dei più grandi intellettuali di sinistra (Susan Sontag) e di destra (Allan Bloom), quest’ultimo magari per associarli a Andy Warhol come malefici propagatori di una decadenza della cultura occidentale. Bloom, che fu il profeta dei neoconservatori americani, scrisse questo della loro musica rock: «Ha un solo fascino, un fascino barbarico, il desiderio sessuale. Non l’amore, non l’eros, il sesso arcaico e selvaggio». Christopher Lasch inventò per descrivere quei tempi l’etichetta di «età del narcisismo».
Nel loro «carnevale sovversivo», nel loro carattere istintivo e non razionale, i Beatles erano come delle spugne: as- sorbivano il mondo e le idee del tempo, con avidità, curiosità e nonchalance, senza prendersi troppo sul serio. L’unico tra loro che a un certo punto sposò un «sistema di valori » compiuto fu George Harrison dopo la scoperta dell’induismo: ed ebbe una grande influenza nell’alimentare una nuova ondata di «orientalismo di massa» tra i giovani.
I Beatles come quartetto sono stati paragonati nei loro metodi di composizione al Picasso dei collage, la fase in cui ritagliava strisce di carta, a volte giornali, che diventavano materiali di composizione nei suoi dipinti. Strawberry Fields con i suoi versi accavalla immagini, pensieri e sensazioni senza un filo logico: «Nulla è reale … Sta diventando difficile essere qualcuno … Ma non me ne importa molto…». Ian MacDonald definiva questa composizione «lo studio di un’identità incerta, mescolato con la solitudine di un ribelle contro le istituzioni; d’altra parte, una struggente nostalgia per un’infanzia passata a nascondersi nei boschi e arrampicarsi sugli alberi». I Beatles partivano quasi sempre dalla musica. Le parole venivano dopo. Non ebbero mai la pretesa di essere parolieri- poeti come Bob Dylan, Leonard Cohen o Fabrizio De André. Il primato della musica fece sì che i testi delle canzoni affluissero spesso come la «scrittura automatica» dei surrealisti, magari con l’influenza subliminale di Lewis Carroll (Alice nel paese delle meraviglie) di cui Lennon era un divoratore. Già, per uno scherzo del destino le statue di Alice, del cappellaio matto, del coniglio stanno a Central Park, esattamente dal lato opposto di Strawberry Fields. «Half of what I say is meaningless / But I say it just to reach you…» Sono due versi struggenti di Julia, che John dedica alla mamma di cui era innamorato e che vide troppo poco: «Metà di quel che dico non ha alcun senso, ma lo dico solo per raggiungerti…».
Però è anche un invito a non prendere troppo sul serio le parole dei Beatles. Sono solo canzonette, davvero. Ma allora perché intere generazioni cercarono lì dentro un senso nascosto? Qualcuno perfino con un acca- nimento esoterico, patologico, fino alla follia criminale: ecco un’altra tragica coincidenza, stavolta legata al Dakota dove morì Lennon; Charles Manson, il folle capo della setta satanica che ordinò il massacro di Sharon Tate e altri nella villa di Polanski, era ossessionato dalle canzoni dei Beatles, in Helter Skelter vedeva dei messaggi cifrati, codici di accesso a una religione sanguinosa. In maniera più innocente, ma non priva di pericoli, milioni di giovani vollero trasformare i Beatles in modelli di vita, magari seguendoli sulla china autodistruttiva dell’Lsd. Oppure cercarono nei loro brani dei messaggi politici, da condividere o da contestare.
Del resto, i capi dell’Unione Sovietica e la Cina di Mao fecero la loro parte: vietando i dischi dei Beatles, potenziarono il loro fascino proibito per la gioventù russa e cinese, polacca o ungherese di quegli anni. Back in the U.S.S.R. (Di ritorno in Unione Sovietica), un titolo che era nato per scherzo e per caso, divenne una bandiera per la gioventù irrequieta e dissidente dall’altra parte del Muro di Berlino. E noi, noi che le usavamo per ballare e rimorchiare, ci siamo detti che doveva esserci davvero qualcosa di profondo in quelle canzoni, se in mezzo mondo erano censurate…
A casa nostra, cioè in Occidente, molti avevano prefigurato l’esplosione di cambiamenti degli anni Sessanta. Se cerchiamo delle correnti culturali trasgressive, antigerarchiche, che avessero preparato il ribellismo giovanilista, possiamo risalire fino al romanticismo tedesco, per arrivare al movimento letterario della Beat Generation, agli esistenzialisti francesi, fino al Giovane Holden di Salinger. Con James Dean e Marlon Brando come icone cinematografiche, Elvis Presley come star musicale. Tutto questo, dunque, era già accaduto prima.
Ma non aveva determinato sconvolgimenti sociali, proteste diffuse, mobilitazioni di massa come quelle degli anni Sessanta. Perché gli anni Sessanta sono speciali? Perché vanno studiati oggi, da tutti quanti, a prescindere dalla nostalgia della mia generazione? Qui l’economia c’entra eccome, insieme con la demografia. La rottura vera degli anni Sessanta è fatta di due boom, economico e demografico. La ricostruzione postbellica solo negli anni Sessanta arriva a diffondere un benessere di massa tale da alimentare il consumismo alla portata di tutti, o quasi (in Occidente). Un nuovo strumento di comunicazione, la televisione, trasforma la cultura popolare e il marketing (...)
«L'economia spiegata con le canzoni dei Beatles» - Federico Rampini Federico - Strade Blu
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