Gazzetta di Reggio

«A 16 anni il dialetto mi annoiava, poi però mi ha acchiappato»

«A 16 anni il dialetto mi annoiava, poi però mi ha acchiappato»

Antonio Guidetti festeggia i 35 anni di carriera artistica Il sogno nel cassetto: il camion-teatro per recitare nei paesi

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REGGIO. A Reggio, dintorni e anche un po’ più in là è una specie di icona della cultura popolare reggiana che trova concretezza nel dialetto recitato.

E’ Antonio Guidetti che quest’anno taglia il nastro dei 35 anni di carriera artistica. Attore, regista, autore. Lo abbiamo cercato e intervistato.

Sì, pronto. Parlo con Antonio Guidetti?

«Sì, sono io, un attimo che ho dei clienti».

(Clienti? ... mi domando…).

«Eccomi».

Sono della Gazzetta e vorrei farle un’intervista.

«Benissimo, oggi però non riesco, l’aspetto nell’agenzia viaggi di via Che Guevara, se per lei va bene».

(Agenzia viaggi? Ripeto tra me. Sarà uno scherzo). «Va bene a domani» e riattacco.

Invece è tutto vero. Antonio Guidetti, 62 anni, mattatore da 35, reggiano doc, cultore del dialetto di casa nostra, nella vita di tutti i giorni non vive solo di palcoscenico. Organizza anche viaggi. E’ un compagno e un padre premuroso. La sua giornata tipo inizia alla mattina presto, «vado a lavorare in agenzia poi il pomeriggio scrivo qualche commedia, mi rilasso, ma non cucino – precisa – preferisco mangiare».

E alla sera sveste i panni di quel Guidetti e indossa quelli dell’animale da palcoscenico. La risata con lui è garantita. Attenti però: se gli si fa notate che a Reggio è un po’ “l’uomo immagine del dialetto”, risponde: «Ah bein, è un po’ troppo, meglio Ennia Rocchi».

È decisamente modesto, alla mano, parlare con lui è un po’ come parlare col vicino di casa. Ti racconta della nonna schietta come lui che, «se le si chiedeva com’era stato avere 14 figli, ti diceva: “pareva ed cagher an armari’”.

Così pure ti svela che prima di andare in scena fa «qualche “raus” dietro le quinte” perché vuole silenzio. Poi, come tutti i padri di famiglia, con una punta di orgoglio, ti parla dei figli di 31 e 21 anni, a cui ha trasmesso la passione per il mondo dello spettacolo. «Mia figlia, psicologa, ha studiato teatro circense, mio figlio mi segue e fa il tecnico durante gli spettacoli». Ecco cos’altro ci ha raccontato.

Da 35 anni vive di teatro dialettale. E a chi dice che il dialetto va scomparendo, come risponde?

«Il dialetto oggi non è morto, è più un malato terminale. Bisogna cercare di rianimarlo. E’ importante. Poi diciamolo, certe forme dialettali non rendono allo stesso modo tradotte in italiano. E’ una lingua viscerale, schietta, sarebbe un peccato».

Se le chiedessero di insegnarlo?

«Non mi dispiacerebbe, il dialetto fa parte della nostra storia, delle nostre origini. E’ un modo di vivere».

Nella vita di tutti i giorni parla in dialetto?

(sorride). «Vengo da una famiglia contadina, sono cresciuto a pane, gorgonzola e dialetto. Diciamo che dipende da chi ho davanti. Come diceva mia zia, “bisogna parlare fordito con certa gente”.

Come è scattato l’amore per il teatro dialettale?

«A 16 anni mi ero invaghito di una ragazza e andai a vedere una commedia a Sesso per seguirla. Uscii annoiato… “la dialettale proprio non mi piace”, pensai. Poi dopo anni, con la mia ex moglie, andai a cena a una sagra a Villa Argine: c’era uno spettacolo dialettale. Ero disperato… invece, mi “acchiappò”. Capii che col dialetto si esprimono sentimenti, stati d’animo in modo immediato e ci ho voluto provare!».

Ha anche studiato teatro.

«Sì, ho frequentato la scuola Nuova Scena di Bologna di Alessandra Galante Garrone».

Quindi quando iniziò ufficialmente l’avventura di Guidetti show man?

«Il 7 dicembre del ‘79 quando, insieme ad alcuni amici, debuttai all’ex Caserma Zucchi con “In alto mare”, un testo in lingua di Slawomir Mrozek, autore dell’avanguardia polacca degli anni Sessanta. Insieme a questi amici fondai il Teatro del Forno, così chiamato perché le prove venivano realizzate in un forno. Poi di cose ne sono cambiate: agli inizi degli anni Novanta ho fondato la compagnia Artemisia Teater, con cui tuttora realizzo commedie. E ora faccio vari spettacoli anche con altri comici, come Enzo Fontanesi e Mauro Incerti».

Ha sempre fatto altri lavori in contemporanea?

«Insieme a mio fratello, ho fatto prima l’imbianchino, poi ci siamo occupati di affissioni pubblicitarie. Qualche anno fa sono andato in pensione ma non riuscivo a stare fermo e ho aperto con una socia l’Agenzia Viaggiar Teatrando».

In 35 anni di carriera, lei è cambiato?

«Sono invecchiato ma lo spirito e la passione che ci metto sono sempre quelle».

E fare teatro oggi è diverso?

«Bisogna stare al passo coi tempi, bisogna pensare a temi legati all’attualità, rinnovarsi. Non stare fermi, essere frenetici. Parlare di temi freschi fa sì che tra il pubblico ci siano anche dei giovani».

Ha scritto, ad oggi, 157 fra commedie, cabaret e farse. Conta 160 spettacoli all’anno. E ora cosa bolle ancora in pentola?

«La prossima estate mi piacerebbe dare vita a uno spettacolo itinerante: usando un autocarro a ‘mo di palco, vorrei portare in giro per la provincia il teatro dialettale così come si fa per il teatro di strada».

In ultimo, la frase più bella che le ha detto un fan?

«Ho tanti problemi che, per due ore, grazie a lei, non penso a niente. Ovviamente me l’ha detta in dialetto».

Stasera Guidetti vi aspetta alle 21 alla Novecento di Cavriago, sabato al Teatro Regiò e martedì al Rosebud.

Cristina Fabbri

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