In “Improbabili attori” nostalgia ed emozione delle sale di una volta
Il fotografo con trascorsi da cineoperatore Maurizio Rinaldi racconta la genesi della mostra allestita allo Spazio Gerra
REGGIO EMILIA. L’atmosfera è calda e accogliente. Le poltrone tipicamente rosse o al massimo blu. Le luci sono soffuse. La cassiera stacca i biglietti, ti saluta con un “ciao” perché ormai ti conosce.
Poi c’è l’attesa, ricca di fascino, fatta di chi arriva prima perché i posti a disposizione non sono poi tantissimi e, si sa mai che poi si debba aspettare la proiezione dopo.
C’è chi aspetta leggendo la trama del film, chi parla rigorosamente sottovoce con il vicino. Poi tutti zitti, inizia il film. Che emozione! Erano i cinema di una volta, che oggi si contano sulle dita di una mano – a Reggio molti si ricordano dell’Ambra, dell’Alexander, del Radium, del D’Alberto e l’emozione un po’ si fa sentire.
Ecco, sarà un po’ come riprovare quelle emozioni, vedere la mostra allestita allo Spazio Gerra, fino al 2 novembre, nell’ambito del “Reggio Film Festival 2014”.
Si intitola “Improbabili attori” e raccoglie una trentina di scatti di Maurizio Rinaldi, fotografo scandianese che, per la prima volta, porta a Reggio un progetto tanto importante curato da Arturo Carlo Quintavalle.
Progetto che ha fatto tappa ad Arles, Milano e Torino. E ora sbarca in città. «Il Reggio Film Festival mi sembrava l’occasione giusta», dice Rinaldi che ci racconta com’è andata.
«Sono sempre stato innamorato del cinema, specie del cinema d’essai – racconta il 58enne che ha un passato da cineoperatore – Un amore che è sempre andato di pari passo con la fotografia ed era perciò inevitabile che ne nascesse qualcosa di più».
A metà degli anni Novanta, armato di macchina fotografica, mentre aspettava l’inizio del film il suo obiettivo ha immortalato tutto quel mondo. Nelle sue foto si scorgono ad esempio le poltrone rosse dell’Eden di Puianello, quelle blu del vecchio Rosebud, qualche scorcio dell’Apollo di Albinea e di tanti altri cinema che «oggi purtroppo non ci sono più».
Ha cercato di catturare la «teatralità di quelle luci, tutto ciò che accade nel momento dell’attesa». Ed è così che gli “Improbabili attori” non sono altro che «gli spettatori che divengono inconsapevoli protagonisti dei miei scatti, spesso rubati perché più spontanei».
È un viaggio, quello che ci propone.
«Tutta la mostra risulta un racconto per immagini di un mondo che un po’ è andato perduto. Un mondo che faceva sentire a casa. Molto diverso da quello dello moderne multisale».
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