Gazzetta di Reggio

«Con Dario Fo ho anche litigato ma è un amico»

«Con Dario Fo ho anche litigato ma è un amico»

Auro Franzoni porta in scena al San Prospero due atti unici del grande artista italiano

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REGGIO EMILIA. Molti lo ricordano per le sue barzellette in tv. Ma Auro Franzoni è ed è stato anche altro. «Sa a gnir vec, si ha il tempo di fare tante cose», afferma il mattatore reggiano, attore, autore, regista, fondatore del circolo La Latteria di Bagnolo. Ha frequentato l’Accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico di Roma, ha lavorato al Teatro Stabile di Bologna, ha fondato la cooperativa Teatro d’Arte e Studio, ha conosciuto e collaborato con Dario Fo.

Ma come lo conobbe? «Tutto partì nel ’67 quando andai a vedere lo spettacolo di Fo “Ci ragiono e canto” che coinvolgeva cantanti popolari. Dopo quello spettacolo convocò a Bologna la mia compagnia per chiedere se volevamo fare del teatro alternativo: gli dissi di venire a vedere uno dei nostri spettacoli al Parco Fola. Ci venne e così iniziò l’avventura».

Hanno collaborato «ma anche litigato e discusso». Sono stati anche a Parigi così come in Bulgaria. «Addirittura un giorno mi disse: “Fai i miei testi come vuoi tu”. E mi chiese di fare il Mistero Buffo in dialetto. Ma io non volevo competere con lui».

Insomma, una collaborazione importante: per Auro fu un amico, un maestro. E stasera alle 21 e domani alle 16 al Teatro San Prospero porterà in scena due imperdibili atti unici proprio di Dario Fo: “Non tutti i ladri vengono per nuocere” e “Gli imbianchini non hanno ricordi” presentati dalla Compagnia Teatrale Della Chiocciola con la regia appunto di Franzoni, che di se stesso dice: «ero un uomo di sinistra, adesso sono mancino». E se gli si domanda come mai, dopo quel periodo con Fo e il teatro popolare scelse di darsi alla tv e alle barzellette, risponde: «Nel momento in cui la realtà politica andava verso una direzione diversa e le cooperative teatrali venivano smantellate, ho scelto di raccontare le storie popolari in dialetto in tv, quindi usando un linguaggio insolito in un contesto come la tele. Ma non ho mai smesso di scrivere testi teatrali». E continua. «A 76 anni sto lavorando a un Teatro di Stalla, un continuo del teatro popolare, metà in italiano, metà in dialetto. Porto avanti il cabaret al Circolo di Sant Michel de la fos, festeggio i 50 anni del Teatro Arte Studio (nato al Circolo Gramsci di Reggio, ndr). E, per rispondere all’appiattimento culturale che c’è in giro, punto alla qualità: ecco perché alla Compagnia della Chiocciola ho proposto due farse di Dario Fo».

Il primo atto racconta di un ladro che entra in un appartamento, squilla il telefono: è sua moglie. Il secondo atto ha per protagonisti due imbianchini, una signora, un manichino e tre ragazze.(c.f.)

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