La coerenza della regia, l’appiattimento dell’orchestra
REGGIO EMILIA. Trash è l'aggettivo per definire il Don Giovanni di Graham Vick, dove la spazzatura della nostra società, regna sovrana. Infatti delle due gigantografie da baraccone di cui è composta...
REGGIO EMILIA. Trash è l'aggettivo per definire il Don Giovanni di Graham Vick, dove la spazzatura della nostra società, regna sovrana. Infatti delle due gigantografie da baraccone di cui è composta la scena, una è la statua del commendatore che svelata diventa una donna nuda, l'altra è un immesso cassonetto dove, all'inizio, altrettante donne nude più piccole, giacciono alla rinfusa e da cui, vestita da suora, emerge Donna Elvira. Così trascinati da un ritmo da perdere il fiato l'insieme esaustivo delle perversioni erotiche del “nostro” vengono squadernate senza pietà. Picchia duro il regista inglese e anche questa volta fa discutere. In ogni caso, non si può non riconoscergli l'estrema coerenza, la capacità di scavare cunicoli, tendere lacci per poi stringerli in una morsa. L'ambientazione è da sobborgo degradato, dove il protagonista insieme a Leporello, decisamente suo alter ego, presenta un vasto campionario di dissolutezze: “ama” le donne che, al massimo della depravazione, riprende anche con la telecamera. Si fa d'eroina, e in estasi canta la sua rapinosa aria “Fin c'han dal vino”, in cui esplicita la sua ricerca ossessiva del piacere. Più coerenza di così! In effetti, in questo punto le parole di Da Ponte e la musica di Mozart esprimono un che di demoniaco. Ineccepibile sia la conduzione delle danze, attraverso le efficaci coreografie di Howell, sia la resa della fine del protagonista che, come da libretto, sparisce: per Vick siamo noi, pubblico, che non lo vediamo, perché abbagliati da fari potentissimi. Questa regia convulsa dunque, che teme l' horror vacui, rivela un carattere a cui invece la lettura della musica da parte di Josè Gomez-Rios appare estranea. La sua bacchetta appiattisce invece di anticipare l'ansia descrittiva di Vick, toglie pathos, intensità e soprattutto i chiaroscuri di cui la partitura è innervata. La corsa forsennata del protagonista si infrange su note private della terza dimensione e così a tutto quel materiale visivo che offre il palcoscenico la musica sembra fare semplicemente da sfondo. Piuttosto altalenante la prova dei cantanti tutti giovani; tra essi si sono distinti in particolare: Leonardo Galeazzi (Leporello), Ekaterina Gaidaskaja (Donna Anna) ed il tenore Matteo Mezzaro, dal bel timbro. Dopo qualche contestazione nel corso dello spettacolo, alla fine ci sono stati applausi sonori per tutti.
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