Monsieur Manchion, l'arzân parigino che scuote Reggio Emilia
Parla il musicista Olivier Manchion, ex Ulan Bator, diventato un punto di riferimento della scena reggiana, ideatore del festival Red Noise e di Arzân, che chiede «spazi giusti per i giovani musicisti»
REGGIO EMILIA È nato a Parigi, ma preferisce Reggio Emilia; ha suonato con gruppi che hanno fatto la storia del rock come Faust e Ulan Bator e ora “alleva” nuovi musicisti reggiani con la rassegna Red Noise al Catomes Tot ed è il direttore della superband reggiana doc Arzân. Tra poco esce il suo secondo disco come Permanent Fatal Error. Signore e signori, ecco a voi Olivier Manchion. In Italia ci è arrivato «per amore e per musica» nel 1997, dopo che la spettacolare miscela di post-rock e kraut-rock alla francese degli Ulan Bator aveva conquistato Giovanni Lindo Ferretti e il suo Consorzio suonatori indipendenti (Csi). «Il mio primo ricordo di Reggio è di Messori, il negozio di musica. Stavamo andando da Red Ronny per suonare dal vivo in tv e ci serviva un’armonica… poi il mio primo grosso ricordo piazza della Vittoria, nel 1998, con i Csi, quando abbiamo aperto il loro live del Primo maggio».
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Poteva essere un passaggio rapido invece… «Mi piace la dimensione del paese di Reggio, che mi è sempre mancata a Parigi. Poi sono sempre rimasto nel centro storico, vicino a piazza dei Leoni, mi è sempre piaciuta».
Ma lasciare Parigi per Reggio non è esattamente una scelta comune. «Stavo via 4-6 mesi l’anno in tour ed ero sempre più intristito dai ritorni a Parigi: è una città fantastica, anche con la pioggia, ma la sua quotidianità non mi piaceva. La città è bellissima…peccato che ci siano i parigini, ecco».
A portarla a Reggio in primis sono stati i Csi. Come è nato il vostro legame? «Avevamo vinto un premio in Francia, il “Fair”, e il capo del concorso era un grande amico di Giorgio Canali. I Csi erano in pieno periodo “Tabula rasa elettrificata” e il nostro nome Ulan Bator, è stato sicuramente una suggestione importante, assieme alla nostra musica».
Qual è stato il vostro impatto con il mondo Csi di allora? «Non era facile per le band del Consorzio aprire per i Csi: all’epoca venivano accolte spesso a bottigliate. Abbiamo superato alla grande il test del PalaEur, di fronte a 9mila persone e ci hanno invitato a condividere il palco con loro una decina di volte. Bellissimo».
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Ma com’è nato il progetto Arzân? «Sul palco del Calamita di Cavriago, nel 2008, per caso. Avevamo fatto un concerto con Damo Suzuki dei Can e messo su una super band reggiana. Già dal 2002 avevo organizzato concerti con Damo in Italia, una specie di Arzân a livello nazionale: ogni città aveva una superband, da Roma a Milano: c’era Xabier Iriondo degli Afterhours, Massimo Pupillo degli Zu, gente dei Cut e degli Starfuckers di Bologna... Al Calamità a fine concerto Roberto Fabbi mi ha suggerito di farlo diventare un progetto a sé, che abbiamo poi inscenato alla Cavallerizza per il primo festival Aperto nel 2009. Eravamo una dozzina sul palco. Ne abbiamo fatto un altro nel 2010 con membri di Offlaga Disco Pax, Giardini di Mirò, Julie's Haircut, io e il regista Marco Righi, una piccola suite».
Poi quattro anni di silenzio. Perché? «Dopo più di 20 anni a fare progetti ero stanco. Un giorno mi sono messo in letargo “per un po'”, pensando fosse roba di poche settimane. E' durato 4 anni».
Perché Red Noise? «Quando ho deciso di ripartire ho trovato un deserto attorno a me e ho voluto ricreare una “stanzina”. Magari fare un mini-Arzân ogni serata, creare un luogo e uno spazio per la musica e i musicisti reggiani, una sorta di laboratorio per tirare dentro i giovani, spingerli a mettersi in gioco. Con questo spirito Red Noise è cominciato nel settembre del 2013».
Il bilancio? «All’inizio in tanti mi dicevano che non avrei trovato più di 5-6 band. Siamo arrivati a 40-50. Il problema non sono i luoghi per suonare, a Reggio ce ne sono tantissimi: il problema è riuscire ad avere duecento persone ogni sera».
Dopo il successo di Arzân, ora esce il suo nuovo disco con i Permanent Fatal Error. «Il gruppo è nato nel 2002, quando avevo interrotto la collaborazione con Amaury, l'altro cofondatore degli Ulan Bator. Nel 2008 avevamo iniziato a registrare il secondo album, ma io sono andato in tilt con la musica e fino all’anno scorso non ci ho rimesso mano. Però quando ai Chiostri di San Pietro, poche settimane fa, è finita l’ultima nota di Arzân ho capito che ero pronto».
Che album sarà? «Mi sono messo a cantare, strutture un po’ più pop, ma ci sono anche due pezzi da colonna sonora. “Deaf Sun / Deaf Blues” uscirà per la reggiana Secret Furry Hole e registrato all’Urs di Villa Minozzo e per me è un'altra sfida. Una musica che acceca, un blues sordo, il segnale sonoro del sole, il paesaggio che rimane quando il mare si ritira; questi sono i sentimenti che lo hanno ispirato».
La potremo sentire anche a Reggio Emilia? «Sì, l’album uscirà tra breve, poi a febbraio inizierà il tour e ci sarà una presentazione qui in città. Nel disco ci siamo io, Giulio Vetrone alla chitarra, Francesco Billét, Nicholas Thomas, Aka_bondage, Seb Martel e Frank Lantignac, il primo batterista degli Ulan Bator. Mi preoccupava un po’ l’impatto col palco … ma sono ripartito come se non mi fossi mai fermato. Come dice Jean Hervé dei Faust: “Droit devant”. Avanti dritto».
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