Addio a Pino Daniele, voce e anima
Il grande cantautore napoletano muore a 59 anni tradito dal cuore. Il cordoglio di Napolitano e Renzi, domani i funerali
ROMA. La strada bordata di neve che lo riportava a casa, in Toscana, nell’ultima foto pubblicata su Facebook, era stata come una premonizione: «Back home» aveva scritto nell’ultimo post. È la strada che l’ha tradito: troppi i chilometri tra la sua casa di Orbetello e l’ospedale Sant’Eugenio di Roma, troppe due ore per quel suo cuore matto impazzito all’improvviso, che da trent’anni lo teneva appeso a un filo. Pino Daniele, figlio di Napoli, ma “nero a metà”, il bluesman dalla voce sottile e la passione struggente, l’erede di una tradizione centenaria e l’innovatore intriso di rock e soul, di jazz e di suoni mediterranei, è morto a 59 anni dopo una corsa inutile verso la salvezza.
La musica è in lutto. A Napoli le bandiere sono a mezz’asta. «Sono sconvolto» dice il sindaco Luigi De Magistris, che annuncia il lutto cittadino. «Un figlio che ha onorato Napoli» lo definisce il cardinale Sepe, che ha citato spesso in libri e omelie il suo verso: «Napoli è una carta sporca». Ma la scomparsa di Pino Daniele è un dolore per l’intero Paese: esprimono il proprio cordoglio il presidente della Repubblica Napolitano, il premier Renzi, il ministro Franceschini. Questa mattina al Sant’Eugenio sarà aperta la camera ardente, i funerali si terranno domani alle 12 nel santuario romano del Divino Amore. Concluse le esequie, le ceneri dell’artista verranno portate a Napoli per consentire l’omaggio che la città ha invocato a gran voce dopo la decisione dei figli di celebrare i funerali a Roma, nonostante il diverso desiderio dei fratelli del cantante: una camera ardente postuma verrà allestita nel fine settimana nel Maschio Angioino, prima del viaggio finale, verso la sepoltura, in Toscana.
Con una fine tragica il Paese dice addio a uno dei più importanti interpreti della musica italiana, amato e conosciuto all’estero grazie a formidabili collaborazioni come quelle con Chick Corea, Pat Metheney, Eric Clapton, Yellow Jacket, Ralph Towner, Mel Collins, Richie Heavens, Danilo Rea. Pino Daniele era nato il 19 marzo del 1955 nel cuore del centro di Napoli, «all’ora ’e magnà», come aveva raccontato lui stesso. Primo di sei figli di una famiglia modesta era cresciuto con una zia. Con una vecchia spinetta trovata in casa aveva conosciuto da autodidatta, a 13 anni, il suo grande amore, la musica. Da quel momento non aveva mai più smesso di studiare, di cercare nuovi suoni, di mescolare: «Viveva in simbiosi con la sua chitarra. Mi apriva sempre così la porta di casa» racconta l’amico Massimo Ranieri.
A soli 18 anni scrive uno dei suoi capolavori: “Napule è”, emblema dell’amore viscerale per Napoli, a cui resterà indissolubilmente legato nonostante la rabbia per il destino della città. Il brano traina il disco d’esordio, “Terra mia”, del 1977, che contiene anche “Na tazzulella ’e cafè”, lanciata da Renzo Arbore alla radio con “Alto gradimento”. Da allora è un susseguirsi di capolavori e di successi, culminati nel concerto-apoteosi di piazza del Plebiscito nel 1981. Da sempre aperto alle collaborazioni, nonostante il carattere schivo, nel 2002 è l’ideatore della tournée con De Gregori, Fiorella Mannoia e Ron. Nel 2008 per festeggiare tre decenni di carriera, riunisce i suoi vecchi “complici”, da De Piscopo a Senese, nel progetto “Ricomicio da 30”, omaggio all’amico Massimo Troisi, tradito anche lui dal cuore, per cui aveva scritto le colonne sonore di tre film. Nel settembre scorso, il trionfo di “Nero a metà”, con 60 musicisti e amici di ieri e di oggi all’Arena di Verona, e il 31 dicembre l’ultima apparizione, nel concerto di Capodanno su RaiUno.
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