Gazzetta di Reggio

«Facciamo ballare il Paese con un po’ di rivoluzione»

di Adriano Arati
«Facciamo ballare il Paese con un po’ di rivoluzione»

Eugenio Bennato porta il concerto “Balla la nuova Italia” al circolo di Taneto «Ho abitato in centro a Reggio Emilia per diversi anni e ho un ricordo splendido»

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GATTATICO. Non faremo solo festa, vogliamo fare la rivoluzione». Fra il potere della taranta e il ricordo del caro amico Pino Daniele, Eugenio Bennato promette battaglia e movimento nel concerto che terrà sabato al circolo Arci Fuori Orario di Taneto.

Aperto dalla cantautrice calabrese trasferita a Parma Maria Teresa Lonetti, dalle 21.30 anche il territorio reggiano potrà divertirsi con lo spettacolo “Balla la nuova Italia, notte della taranta d’autore”. A guidare le manovre sul palco uno dei padri della ricerca musicale sulla tradizione in Italia, il napoletano Edoardo Bennato, fratello maggiore di Eugenio, fondatore della Nuova Compagnia di Canto Popolare e poi dei Musicanova. Un laureato in fisica che decise di seguire tutt’altra passione.

Un maestro, grande cantante, musicista e prima di tutto esploratore musicale, a cui si devono la fusione delle radici italiane con i suoni americani, dal jazz al rock. Per la prima volta Bennato, che pure a Reggio ha abitato diversi anni, si esibirà al Fuori Orario.

Bennato, che serata proporrà?

«Ci divertiremo e balleremo, come è giusto che sia, ma non ci fermeremo qui: vogliamo portare anche un po’ di rivoluzione».

L’impegno ha sempre seguito la sua musica. E a proposito di musicisti, se ne è appena andato un suo vecchio amico, Pino Daniele.

«È inevitabile e doveroso omaggiarlo. Gli dedicheremo il concerto, a Pino, e sto pensando a un tributo speciale, probabilmente con “Lazzari felici”, il brano che abbiamo cantato nell’ultimo concerto insieme, prima del capodanno 2013».

Come lo ricorda?

«Già ai tempi della Nuova Compagnia di Canto Popolare avevamo collaborato spesso in studio, era un momento importante per la nostra musica, c’erano forza e ispirazione».

Una grande perdita?

«Pino è stato uno dei principali rappresentanti della Napoli proletaria, popolaresca, e l’ha raccontata nel modo più nobile possibile».

Quando ha saputo della sua morte, cosa ha pensato?

«Mi è venuta in mente l’ultima volta che abbiamo suonato insieme, al maxi concerto a Napoli nel dicembre 2013. Abbiamo cantato due brani, “Lazzari felici” e “Ritmo di contrabbando”, e questo è un ricordo molto forte, non riesco a togliermelo dalla testa».

Torniamo a lei. Come procede il cammino del Taranta Power?

«Molto bene, abbiamo avuto grandi riscontri anche all’estero e in Nord Italia, dove si potrebbe immaginare ci sia meno sensibilità per questi suoni».

Gli spettatori devono prepararsi a ballare?

«Certo che sì, e per me sarà anche un momento speciale, perché a Reggio ho abitato. Per diversi anni ho vissuto in piazza Fontanesi: ho uno splendido ricordo della città e soprattutto dei suoi abitanti».

Oggi la taranta e le altre musiche popolari italiane, hanno successo. Quando ha iniziato era un po’ diverso, giusto?

«All’epoca il rischio era che le nostre tradizioni sparissero, che venissero completamente perse, schiacciate da altri generi».

Era un modo per tenerle vive?

«E per ricordare e riaffermare la nostra storia locale».

E poi il salto mortale: siete diventati “di moda”...

«Il nocciolo della questione è che qui si parla sempre e comunque di arte; la differenza la deve fare il modo in cui la si interpreta. Altrimenti, si perde il senso di tutto il cammino».

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