Gazzetta di Reggio

PIERO DELLA FRANCESCA

«A Reggio come nella bottega del grande genio»

Miriam Figliuolo
«A Reggio come nella bottega del grande genio»

L'evento a Palazzo Magnani: parla Francesco Di Teodoro, uno dei curatori. Riuniti tutti i codici del maestro del ’400

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REGGIO EMILIA. Solo un assaggio di quel che sarà.Ma la città non lo ha voluto perdere e, nella sala degli Specchi del teatro Valli, si è presentata con una grande folla all’evento di anticipazione della mostra “Piero Della Francesca. Il disegno tra arte e scienza” che dal 14 marzo sarà a Palazzo Magnani.

Dell’artista e della mostra ce ne parla uno dei tre curatori, Francesco Paolo Di Teodoro, del Politecnico di Torino e del Centro Linceo interdisciplinare “B.Segre”- Accademia dei Lincei, coautore di uno dei più noti manuali di storia dell’arte a uso degli studenti di scuola superiore.

Perché questa mostra è tanto importante?

«Per la prima volta, dopo cinquecento anni, tutti i codici di Piero Della Francesca sono contenuti in un posto solo, come lo erano una volta nella bottega di Piero: tutti e sette i manoscritti del De Prospectiva Pingendi, i due dell’Abaco, il Libellus Vaticano, l’Abaco della biblioteca Lorenziana e l’Archimede, recentemente scoperto da James Banker. Tutti i manoscritti per la prima volta riuniti insieme, il che vuol dire avere anche l’intero corpus grafico di Piero».

Perché a Reggio Emilia?

«Qui c’è uno dei manoscritti più importanti in volgare, con degli splendidi disegni di mano di Piero, due intere pagine scritte da lui e tutte le sue annotazioni e correzioni».

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Lei è autore di uno studio su questo codice...

«Sì. Risale al 2005. Allora questo era un codice rimasto completamente sconosciuto. Ne aveva scritto Domenico Fava, uno dei bibliotecari, ma in una rivistina locale che non aveva avuto nessuna eco. Io e Paola Manni che lavoravamo per la commissione nazionale per l’edizione delle opere teoriche di Piero avevamo visto pubblicata un’immagine nel catalogo di una mostra a Ferrara. Era un codice che non risultava e ci precipitammo a Ferrara, poi ne seguii le tracce a ritroso. Un lavoro quasi da detective. Grazie alla cortesia di Roberto Marcuccio e dell’ex direttore Festante della biblioteca Panizzi, sono riuscito a controllare i documenti e a ricostruire in che modo è arrivato a Reggio. Apparteneva a Giovanni Battista Venturi. Prima era in un’altra biblioteca. Io ho trovato una nota, così semplicemente, in un volumetto, un catalogo di vendita».

Come è stato possibile che questo importante manoscritto nel tempo sia stato dimenticato?

«Perché la maggior parte degli studiosi si è concentrata sul manoscritto completamente autografo di Piero Della Francesca, che è della biblioteca palatina di Parma. Poi non ne aveva dato notizia nessuno. Non se ne conosceva neppure l’esistenza. Giusto Nicco Fasola, curatore negli anni ’40 di un edizione del De Prospectiva, non lo elenca tra i manoscritti conosciuti».

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Della Francesca non fu l’unico del suo periodo ad applicare la prospettiva. In che cosa allora fu rivoluzionario?

«Il grande rivoluzionario fu Filippo Brunelleschi, che attorno al 1413/1415 scopre le regole geometriche che sono alla base della prospettiva. Ma non le scrive. Il primo trattato sulla prospettiva è quello di Leon Battista Alberti, il De Pictura. Che però non reca disegni. Il trattato di Piero invece è il primo illustrato, scritto “Pingendi” perché è riservato ai pittori, chi ne ha bisogno per la pratica quotidiana: seguendolo s’impara esattamente cosa fare. Seguendo regole scientifiche precise per ottenere la profondità. Prima ricercata solo a livello intuitivo».

Arte, scienza e matematica. Ma c’è anche tanta filosofia...

«Come in ogni opera pittorica. Si è poi molto discusso per esempio, se si pensa al Libellus de quinque corporibus regularibus, sulla questione della conoscenza del Timeo di Platone. Piero comunque è un uomo molto pratico, di bottega, anche se sa il latino».

Lei si occupa di architettura. Quale aspetto della mostra ha curato?

«I curatori sono tre: io, Luigi Grasselli e Filippo Camerota. Gli oggetti da mettere in mostra, i dipinti e i disegni, sono stati decisi da tutti insieme al comitato scientifico. Io in particolare ho curato la sezione architettonica perché il terzo libro del De Prospectiva Pingendi indica il secondo modo per eseguire le prospettive partendo dalla pianta e dal prospetto è in realtà una sorta di trattato sulle proiezioni ortogonali che Piero, che è pittore ma forse anche architetto, disegna perfettamente, infinitamente meglio di quanto potesse fare un architetto ai suoi tempi».

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Gli edifici che ritrae potrebbero essere costruiti...

«Probabilmente sì. Non è un caso poi che i suoi dipinti sono immersi nelle architetture. Pensi alle Storie della vera croce, l’Incontro tra Salomone e la regina di Saba, La piccola flagellazione di Urbino, Le conversazini di Brera: tutte delle spettacolari architetture».

Cosa direbbe a un esperto e cosa a una persona comune per invitarli a vedere la mostra?

«Esattamente la stessa cosa. Di venire perché sarà una mostra spettacolare. Per quello che c’è, per le ricostruzioni che ci saranno, per la bellezza degli oggetti in mostra: dei Michelangelo, Antonio Da Sangallo, Baldassarre Peruzzi e tantissimi altri. Abbiamo disegni e maioliche, per fare vedere come la prospettiva si ripercuote anche sulle cosiddette arti minori. Dipinti, medaglie... C’è di tutto. Poi tutti i manoscritti di Piero. Nessuno li ha mai visti assieme. Mai».

C’è voluto molto per riuscire a mettere insieme tutto questo?

«Sono anni che lavoriamo. Abbiamo prestiti di grande prestigio».

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