Gazzetta di Reggio

Il teatro Valli gremito per “Kaash”

Il teatro Valli gremito per “Kaash”

Successo per il coreografo Akram Khan, talento tra Oriente e Occidente

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REGGIO EMILIA. Dopo la folgorante coreografia “Itmoi” che due anni fa ci ha rivelato l’incredibile talento di Akram Khan, è andato in scena in un teatro Valli gremito, “Kaash” lavoro antecedente all’altro già visto, quindi rivelatore dell’originale, quanto superbo stile creativo, dell’artista londinese, originario del Bangladesh, quale fascinoso marchio impresso nei suoi danzatori alla luce di una tecnica prodigiosa. L’opera è nata dalla collaborazione con due talenti altrettanto celebri: il visual artist Anish Kapoor ed il compositore Nitin Sawhney.

Il concetto che sta alla base del gesto primario legato al movimento, racchiuso nella sua folgorante sintesi da questa pièce e inteso nella globalità del significato, mira continuamente a costruire e distruggere in un ciclo continuo, incessante dal quale fuoriesce un'incontenibile energia, ben distribuita nel furore delirante della danza travolgente, negli intimi adagi, nelle soste la cui atmosfera rarefatta comunica anch’essa stranamente forza plastica.

Mentre gli spettatori prendono posto, a luci di sala accese, un danzatore immobile, contempla un immenso quadro grande come il fondale e nero, contornato da una cornice vistosa, da sembrare un’enorme finestra.

Che sia quello l’origine dell’universo? Viene da chiedersi. Anche perché il danzatore sembra sostare sull’orlo di un baratro. Il tempo passa, per dare tempo alla materia di mettersi in moto e al fondale di colorarsi, quindi parte un “continuum” punteggiato da una musica irregolare e carica di doppiezze: sia percussiva che melodica, sia indigena che elettronica, dura ma anche pacata, introversa. Il tutto si ripercuote sulla ricca danza dei protagonisti che si dipana nell’ora della durata di questo “Kaash”, parola che in lingua hindu significa “se”, ma che a noi richiama per assonanza il caos: quella forza primordiale la quale – secondo Khan – è fatta da una gestualità contemporanea, ma anche antica e sacra per moltiplicare all’infinito un dualismo incapace di trovare la pacifica sintesi. (g.b.)

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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