“C’era una svolta” storia del Pci reggiano negli anni Cinquanta
Lo studio di Nando Rinaldi illustra il cambiamento del partito nei confronti delle nuove istanze degli italiani
REGGIO EMILIA. Nando Rinaldi, 35 anni, direttore di Istoreco e presidente del Consiglio comunale dal 2005 al 2009, si è laureato con lode in Scienze della cultura all'Università di Modena e Reggio con una tesi su "La conferenza regionale del Pci, Bologna 1959 - Le sue ricadute sulla Federazione provinciale di Reggio Emilia". La sua ricerca è divenuta ora un saggio pubblicato da TM edizioni col titolo "C'era una svolta. 1956-1960 il Pci di Reggio Emilia e la dura sfida del cambiamento". Lo studio ospita in apertura due interventi di autorevoli esponenti storici del Pci, Emanuele Macaluso e Antonio Bernardi.
La copertina riproduce l'immagine di una folta assemblea in cui spicca una giovane Nilde Iotti: a quale appuntamento si riferisce?
«La foto riprende la delegazione reggiana del Pci durante il IX Congresso nazionale che si svolse a Roma dal 30 gennaio al 4 febbraio 1960. Nell'immagine oltre a Nilde Iotti è possibile riconoscere Loretta Giaroni e Remo Salati, il nuovo segretario federale eletto dal X Congresso provinciale di due settimane prima. In posizione più defilata, quasi a significare i risultati del difficile confronto che si aprì a Reggio dal 1958, il segretario uscente Boni».
Il titolo "C'era una svolta" è evocativo e volutamente ambiguo: richiama l'inizio di una favola e allo stesso tempo fa esplicito riferimento a un radicale cambiamento del Pci reggiano tra il 1956 e il 1960. Reale o semplicemente annunciato?
«Quando ho iniziato la ricerca, volevo approfondire in modo particolare la Conferenza regionale del Pci convocata nel 1959, una sorta di Congresso regionale, che determinò un momento di grande cambiamento nel partito emiliano. Cambiamento nelle politiche espresse a livello amministrativo, in particolare con la scelta del deficit di bilancio, l'attenzione alla municipalizzazione dei servizi e cambiamento generazionale. Da lì a pochi anni si assiste alla sostituzione dei primi cittadini a Reggio, Modena e Bologna: Bonazzi subentra a Campioli, Triva a Corassori, Fanti a Dozza. Insomma una svolta importante, che per Reggio segnò anche il passaggio della segreteria provinciale da Onder Boni a Remo Salati. Proseguendo mi sono accorto che è obiettivamente difficile, parlando del Pci, non considerare la forte continuità della linea politica. Gli stessi dirigenti comunisti hanno enfatizzato questa continuità; si pensi all'idea di rinnovamento nella continuità lanciata da Togliatti, la volontà di produrre sì delle svolte ma sempre temperate dalla necessità di non perdere troppi pezzi evitando di incrinare l'unità del partito e i legami con l'Urss. Anche a Reggio è possibile leggere, nonostante i cambiamenti che avvengono con il 1959, il permanere di posizioni non facilmente definibili attraverso categorie puntuali quali stalinisti, conservatori, revisionisti o innovatori. E così vale per il termine svolta. A mio avviso è preferibile parlare di riposizionamento strategico, salutare scossone o rinnovamento generazionale».
L'attenzione della ricerca si concentra sul periodo compreso fra il 1956 e il 1960: per quale motivo?
«Nel 1956 si tiene a Mosca il XX Congresso del Pcus, quello in cui Krusciov denuncia i crimini di Stalin, ma è anche l'anno dell'invasione sovietica in Ungheria, della rivolta polacca di Poznan e dell'VIII Congresso del Pci "per una via italiana al socialismo". Da lì iniziano quei fermenti che porteranno dopo alcuni anni di serrato confronto alla convocazione prima della Conferenza regionale e poi del X Congresso provinciale nel 1960».
Da quali fonti storiche ha attinto l'indagine?
«La fonte principale è l'archivio storico del Pci reggiano, la serie dei verbali del Comitato federale e dei Congressi provinciali, inoltre ho avuto modo di consultare i materiali dell'archivio regionale del Pci».
Da un'analisi storica si evidenziano molti percorsi e contraddizioni comuni fra il Pci reggiano e gran parte delle federazioni emiliane. Tuttavia si può ravvisare una specificità reggiana?
«Sicuramente Reggio presenta delle specificità particolari, penso alle caratteristiche del partito prima e dopo la Liberazione e al suo rapporto con l'eredità del socialismo riformista di inizio novecento, la vicenda di Valdo Magnani dopo la drammatica espulsione del 1951, la crisi delle Officine Reggiane, il difficile rapporto del gruppo dirigente con Nilde Iotti».
La federazione reggiana è stata una delle più forti a livello nazionale quanto a percentuale di iscritti. Invero a questa forza non pare si sia accompagnata un'adeguata capacità di elaborazione politica. Eppure Reggio è divenuta, in quegli anni 50, una realtà di riferimento per il modello emiliano. Come si spiegano queste contraddizioni?
«In effetti, il Pci emiliano negli anni Cinquanta è la forza politica maggioritaria in Regione, e certamente Reggio non è un'eccezione, anzi la federazione reggiana è quella che presenta il più alto numero d'iscritti in rapporto alla popolazione residente. Questa forza però appare ingessata, quasi anchilosata, davanti ai fermenti che iniziano a interessare il Paese, in particolare giovani e donne, e s'iniziano a percepire difficoltà nella tenuta del consenso: diminuzione degli iscritti e delle percentuali elettorali. Proprio in questo periodo si scontrano due visioni diverse di partito, una tesa a conservare e amministrare la forza che il Pci rappresenta, l'altra sembra dire, sì siamo forti ma non è più sufficiente, dobbiamo aprirci, vedere cosa sta cambiano intorno a noi e cercare di esprimere idee e programmi all'altezza di tale situazione».
"C'era una svolta" rappresenta senza dubbio un tassello importante nella storia del Pci reggiano, ma non sarebbe auspicabile la realizzazione di una più organica e completa opera storiografica?
«Questo è certamente necessario. La prima cosa di cui mi sono accorto è l'evidente sproporzione tra la forza del Pci in Emilia e gli studi dedicati ad analizzare le particolarità di questo partito».
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