Gazzetta di Reggio

«L’economia? Ve ne parlo a suon di musica»

di Adriano Arati
«L’economia? Ve ne parlo a suon di musica»

Rampini domani sera a Cadelbosco Sopra «I Beatles anticiparono molti temi moderni»

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CADELBOSCO SOPRA. «Non possiamo fare a meno dell’economia, spiega come viviamo, cosa ci accade. E grazie ai Beatles voglio raccontarla senza che rimanga la “scienza triste”». Obiettivo ambizioso, quello dichiarato in queste parole, ma d’altronde non le pronuncia proprio uno qualunque. Arrivano dalla bocca di Federico Rampini, una delle più celebri firme di Repubblica, che domani sera (ore 21) porterà all’Altro Teatro di Cadelbosco, gestito da Arci, il suo spettacolo “All you need is love, L’economia spiegata con i Beatles”, fra riflessioni parlate, letture e intermezzi musicali, ovviamente interamente dedicati ai Fab Four di Liverpool. Sul palco, con Rampini, ci saranno Roberta Giallo e Valentino Corvino. Biglietti su www.ticketland1000.com o scrivendo a biglietteria@laltroteatro.com.

Al centro, la narrazione dell’economia di oggi e di ieri, i Beatles e Rampini, giornalista conosciutissimo, oggi corrispondente da New York ed editorialista di Repubblica, che in questi ultimi quindici anni ha raccontato crisi e risalite da postazioni privilegiate, San Francisco, Pechino e ora New York.

Perché usare i Beatles, uno dei grandi simboli del ’900, per parlare di economia?

«Concludevo uno dei miei ultimi libri, “Banchieri”, una denuncia del sistema bancario, scrivendo che mi sarebbe piaciuto riuscire a spiegare l’economia ai bambini».

Con Lennon e McCartney è possibile?

«Lo spettacolo prevede una quindicina di canzoni dei Beatles, e molte sono perfettamente a tema, in anticipo sui tempi di decenni».

Qualche esempio?

«Taxman, è un anticipazione di protesta fiscale. Revolution dei cambiamenti politici di quegli anni».

Canzoni che arrivano dai dischi “maturi” dei Beatles. Sono quelli che predilige?

«Credo di sì, prima erano grandissimi ma legati a una tradizione chiara, quella del rock and roll, da un certo periodo hanno allargato i confini».

L’album preferito?

«Sergent Pepper’s Lonely Heart Club Band».

Torniamo all’economia. Qual è il punto di partenza?

«I Beatles hanno ottenuto il loro grande successo in un periodo di cambiamenti, ma in paesi decisamente capitalisti, Gran Bretagna e poi Usa».

Di sicuro, non modelli socialisti.

«Appunto, e però quella “rivoluzione”, quel senso di cambiamento e di equità, nascono in un mondo capitalista».

Come oggi, quindi?

«No, stiamo parlando di due mondi completamente diversi, questo è chiaro».

La differenza qual è?

«La diseguglianza».

Cosa intende?

«In quegli anni la differenza fra chi è ricco e chi povero non era pronunciata come adesso, vi era maggiore equità».

Il mondo è cambiato parecchio. C'è una data di svolta?

«Il 1980, con l’elezione di Ronald Reagan a presidente degli Usa. Anticipato da Margaret Tatcher l’anno prima in Gran Bretagna».

Il liberismo, quindi.

«Lì è iniziata ad aumentare la differenza, la disuguaglianza, sino all’oggi».

La contemporaneità offre un giudizio negativo di quelle scelte?

«Credo che, vista con gli occhi di oggi, sia innegabile che non hanno funzionato».

Erano gli anni in cui si sosteneva “la fine della storia”, l'inizio dell'era del mercato. Cosa è accaduto, dunque?

«L’economista Francis Fukuyama, che elaborò il concetto alla caduta del Muro di Berlino, su questo ha fatto una marcia indietro».

Dove stava l'errore?

«Si credeva che il capitalismo fosse un sistema unico, mentre fra i vari capitalismi vi sono molte differenze».

Lei li ha visti da vicino?

«Il capitalismo cinese, che ho cercato di raccontare, è molto diverso da quello occidentale. E vi è stata la “ribellione” di un mondo maggiormente legato alla religione islamica».

Lo si vede ogni giorno. E gli Stati Uniti, in tutto questo?

«Anche se visto con occhi italiani suona strano, là la crisi è finita da cinque anni, la ripresa obamiana è chiara».

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