Duomo stracolmo per Tagliavini
Successo del concerto in onore del tenore reggiano scomparso venti anni fa
REGGIO EMILIA. Un grande abbraccio della città per uno dei suoi figli più prestigiosi: il tenore Ferruccio Tagliavini nel ventesimo anniversario della sua morte. Stracolme le tre navate del Duomo per il concerto in suo onore, lo Stabat Mater di Rossini per soli, coro e orchestra, a cui ha assistito anche il vescovo Camisasca. Un concerto fortemente voluto da Maria Vittoria Vinsani Tagliavini (cugina di Ferruccio) e dal maestro Paolo Barbacini, unico allievo del grande tenore e, per l’occasione direttore d’orchestra ma, soprattutto, mentore di un quartetto di straordinari giovani solisti.
Un amore “difficile”, quello di Tagliaivini con la sua città, così come lo è stato il parto di uno dei capolavori di Rossini, lo Stabat Mater, scelto dagli organizzatori proprio per la sua serena cantabilità e per quella cifra operistica tipicamente rossiniana in grado di coniugare il senso del dramma che promana dalla sequenza di Jacopone da Todi a una tristezza composta, priva di quella disperazione e angoscia tipicamente romantici. Il maestro Barbacini, da grande tenore rossiniano degli anni 70/80, ha saputo perfettamente cogliere il senso della proposta artistica, fornendo una lettura trasparente e diremmo quasi cartesiana dell’oratorio sacro che ha in certo senso nobilitato anche le pagine più ‘di maniera’ dell’opera. Il direttore è stato supportato dall’ottima orchestra Giuseppe Verdi di Parma (parecchi gli strumentisti reggiani al suo interno) e da un Coro Città di Parma dall’intonazione ferrea diretto da Simone Campanini e tornato ai suoi antichi splendori. Da rimarcare la prova dei solisti: possente la voce del soprano Sara Ross, come una lama il suo Inflammatus. Di grande pregio anche la voce ambrata di Cristina Melis, mezzosoprano ormai proiettato al successo su scala internazionale, e notevole la prestazione del basso reggiano Massimiliano Catellani, per quanto affetto da fastidiosa tracheite. Una menzione a parte la merita il tenore Matteo Macchioni, non solo per il bellissimo re bemolle sfoggiato nella cadenza finale del Cuius Animam.
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