«Con la mia musica racconto il Paese»
Gattatico: Capovilla (Teatro degli Orrori) live al Fuori Orario con “Obtorto Collo”
GATTATICO. «La mia musica pretende attenzione, non è intrattenimento. Voglio raccontare il Paese».
Un Paese divorato dall’indifferenza, «la nazione che Pasolini si augurava annegasse nel Mediterraneo tanto era arrivato a detestarne la deriva: ma era un’indignazione che nasceva da un profondo amore, figlia di una visione emancipatoria della società». Parte da qui “Obtorto Collo”, il nuovo lavoro da solista di Pierpaolo Capovilla, che domani presenterà al Fuori Orario nella tappa reggiana del suo tour.
Via le distorsioni e i richiami al punk, al noise e all’hardcore, per lasciare spazio ad atmosfere alla Teho Teardo, facendo l’occhiolino all’adorato Scott Walker, a Tom Waits e al Blixa Bargeld più recente e meno industrial. Una direzione e un’atmosfera diversa da quella de Il Teatro degli Orrori, il gruppo che lo ha reso famoso in tutto lo Stivale, ma di pausa Capovilla non ne vuole nemmeno parlare. «Nessuna pausa – spiega il cantante e autore trevigiano di adozione – con il Teatro non abbiamo mai smesso di lavorare. Ora mi trovo a Mantova proprio per lavorare al nuovo album del gruppo. Mi sono ritirato perché scrivere una canzone è un atto molto privato, c’è bisogno di solitudine».
Ascoltando “Obtorto collo” viene da pensare che abbia voluto indossare i panni del cantautore: è così?
«Chansonnier forse è meglio, perché mi sento più vicino a Jacques Brel, senza nulla togliere a De André, che mi piace molto. Brel me lo ha fatto conoscere Scott Walker, che ritengo il più grande artista rock vivente. Mercoledì ho compiuto 47 anni, è incredibile che abbia scoperto la cosa più bella in assoluto da “vecchietto”».
L’album è un lavoro a due mani con Paki Zennaro: com’è nata questa collaborazione?
«Tutto è cominciato con i reading di Pasolini, poi, un po’ per gioco, abbiamo cominciato a scrivere canzoni a quattro mani e ci sembravano proprio belle: una, due, quattro…alla fine ce n’era abbastanza per un album».
Perché non le ha presentate come Teatro degli Orrori?
«Il Teatro è un gruppo rock genuino e massimalista, aspira a “spaccare” e sarebbe stato assurdo presentare in quella forma un progetto completamente diverso».
Un album con testi e rimandi complessi, che guardano alla psicologia individuale e collettiva del Paese: è musica “impegnata”?
«La mia musica pretende, o almeno chiede attenzione, non è intrattenimento. Faccio l’artista, non il cabarettista, voglio raccontare il Paese».
Ascoltando brani come “Irene” o “Bucharest”, emerge con forza una critica all’indifferenza.
«L’indifferenza è il cuore di “Obtorto collo”. Parte dall’accusa contro se stessi, dell’individualismo antropologico da cui ci si libera solo grazie alla cultura e alla cultura politica».
Lei si è definito “un narratore, più che un cantante”: la narrazione è una delle cifre stilistiche di due gruppi reggiani storici, gli Offlaga Disco Pax e, in buona parte, i Cccp: cosa vi accomuna?
«Apprezzo moltissimo gli Offlaga, ma non credo seguiamo lo stesso percorso. Io ho un approccio più teatrale, vengo dal teatro di scena… anche il rap e l’hip hop italiano sono recitati, ma sono recitati da schifo… inseguono un’immagine collettiva, se ne approfittano, ma non la reinterpretano».
Non le piace l’hip hop?
«Non parlo di singole persone, ci sono artisti come Caparezza o 99 Posse che hanno fatto grandi cose, ma spesso l’hip hop italiano si rifà a un filone americano della West Coast, che parla di donne, macchine e soldi…non un gran modello, non grandi contenuti».
A lei interessa molto cosa lascia al pubblico con le sue canzoni?
«Non mi sento un pedagogo o un didatta, sono sopra le righe, ma ho ben chiaro quale sia il mio ruolo nella società: ho il privilegio di essere una rock star e lo prendo molto sul serio. Non scrivo per me, ma per chi mi ascolta».
Qual è la sua immagine dell’Emilia?
«La regione più evoluta d’Italia. Ben amministrata anche perché imperniata su una coesione sociale diversa che altrove. Piange il cuore a sapere che la mafia abbia attecchito anche qui».
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