«Io sono come l’aglio, piaccio o sono rifiutato»
Le confidenze di Angelo Branduardi domani in concerto con la sua band al Valli
REGGIO EMILIA. Angelo Branduardi, accompagnato da Ellade Bandini (batteria, percussioni), Stefano Olivato (contrabbasso, basso, armonica) e Leonardo Pieri (piano, tastiere, fisarmonica, harmonium), domani alle 21 sarà al teatro municipale Romolo Valli, tappa del tour Camminando Camminando tre, per un concerto di grande coinvolgimento e trasporto.
E lui, come immagina che sarà il pubblico che andrà ad ascoltarlo? «Immagino un pubblico trasversale – esordisce – fatto di giovani e di gente un po’ matura. Si sa, un artista, anche se apprezzato da tanti, non può piacere a tutti. In base alle esperienze che ho fatto il mio pubblico si divide in due: chi mi ama e chi mi… odia».
Cosa è rimasto della Fiera dell’Est?
«Credo sia rimasto tutto: la musica, il pensiero, le parole. E’ un brano che a mio giudizio è immortale perché appartiene alla gente senza distinzione di ceto e di censo. In fondo la storia del topolino è universale, affascina anche un bambino e per i più grandi è un tuffo nel passato».
Ci può anticipare qualcosa del suo spettacolo?
«Posso dire che avrà la durata di tre ore che verranno separate in due parti antitetiche: una sarà improntata al repertorio ritmico, l’altra incentrata su quello esoterico. Toccherà alla platea evidenziare quella di maggior gradimento».
Cos’è per lei la musica, oltre che una professione?
«Per me è il tamburo dell’anima. Ed è anche l’arte più astratta capace di avvicinarmi all’estasi».
Perché papà e mamma l’hanno chiamata Angelo? E ha mai “tradito” questa indicazione?
Sorride un attimo poi replica: «Credo piacesse loro così com’è. Di sicuro non avevo nonni o zii defunti che portassero questo nome. E spero proprio di non aver tradito la loro fiducia».
Origini milanesi (Cuggiono 12 febbraio 1950) ma infanzia trascorsa nel cuore di Genova. E’ per questo che le piace l’aglio?
«Quella dell’aglio è una definizione di Marco Mangiarotti per dire che non ho mezze misure: piaccio o non piaccio, come il pesto alla genovese. La mia infanzia è stata bellissima anche se abitavamo nell’angiporto, fra via Decumano, via del Campo e via Prè. Nello stesso edificio vivevano anche prostitute, contrabbandieri, gente che entrava e usciva di galera ma mia madre non ha mai chiuso a chiave la porta di casa. Una volta, ricordo, vidi anche un uomo barcollante cadere per le scale con un coltello conficcato nella schiena. Ma è lì, in quei luoghi, che ho conosciuto la musica».
Branduardi lei è un apprezzato polistrumentista, ma quale strumento sente più suo?
«Non ci sono dubbi, il violino. Non dimenticherò quando, a Cremona, mi portarono al museo aprendomi le bacheche. Ho provato uno Stradivari che nessuno aveva mai suonato; debbo però ammettere che non mi esaltò particolarmente, perché tutti gli strumenti musicali hanno bisogno di essere usati per diventare gradevoli. Mi esaltò invece un Guernieri del Gesù. Troppo bello».
E infine, conosce abbastanza la nostra città?
«Direi proprio di sì, sono stato a Reggio Emilia pochi giorni fa per parlare di musica con gli allievi dei corsi del Cepam nella sede dell’Arci. E nel vostro magnifico Teatro Valli ho cantato altre volte».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
