Gazzetta di Reggio

L'ANNIVERSARIO

"Borciani, un grande maestro"

Giulia Bassi
"Borciani, un grande maestro"

Il primo violino dell'indimenticabile Quartetto Italiano morì il 5 luglio 1985. L'omaggio trent'anni dopo dei suoi allievi

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REGGIO EMILIA. «Sapevamo che fosse malato, ma quando sei ragazzo non conosci la morte e per noi allievi Paolo Borciani non poteva morire. Eppure è successo e sembra ieri. Ricordo la nostra immensa commozione al suo funerale dietro allo stendardo d’onore del Conservatorio di Milano, la scuola dove ha insegnato per tanti anni».

A parlare è Fulvio Luciani, tra gli allievi storici del primo violino del Quartetto Italiano, morto il 5 luglio 1985, esattamente trent’anni fa. Luciani ora è a sua volta docente al Conservatorio di Milano.

«Vedevamo che stava male, negli ultimi tempi veniva a scuola con il bastone e dato che faceva fatica a fare le scale gli era stata data un’aula al primo piano. Io gli devo tutto: la mia formazione, la mia carriera, e poi il suggerimento di intitolare il “mio” quartetto a suo nome. Ho avuto la fortuna che il direttore Marcello Abbado gli affidasse, dopo che si era sciolto il Quartetto Italiano, oltre alla classe di violino anche quella di Quartetto, negli anni in cui io dovevo frequentarla».

La carriera scolastica di Luciani, diventa il percorso di “una vita” con il maestro Borciani, affrontato con grande piacere, devozione e adesso inesauribile riconoscenza. Lo ha incontrato per la prima volta a sette anni quando incominciò a fargli lezione in Conservatorio come “esterno”, per capire se il violino gli era congeniale, poi ci rimase fino al 1982.

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«La prima volta mi diede un buffetto di quelli che fanno un po’ male. Ho continuato con lui fino alla fine degli studi, attraversando l’epoca in cui il Quartetto Italiano era all’apice, fino al momento del suo scioglimento», ricorda.

A proposito di questo fatto, legato alla fine del complesso, Luciani ha sottolineato con grande efficacia quanto fosse sentito, «perché il Quartetto Italiano aveva un significato per tutti, non era solo un’illustre formazione, ma era qualcosa che l’Italia sentiva come una ricchezza di ognuno, un patrimonio condiviso».

«Insegnava volentieri anche quando arrivava stanco – prosegue nei ricordi – perché la sera prima aveva fatto un concerto. Sempre concentrato, applicava su di noi lo stesso metro che applicava su se stesso, di responsabilità e rigore. Era sconfinato il mio apprezzamento: se penso a questa persona di caratura mondiale che con entusiasmo faceva lezione a dei bambini... Un volta gli portai la Sonata Gran Duo di Schubert che avevo preparato da solo; gli suonai un passaggio – era una scala cromatica – usando una diteggiatura difficile che lo contrariò molto e che mi riuscì molto male. Riuscii a trovare il coraggio di replicare: da maestro autorevole non amava essere contraddetto, ma ebbe la lucidità di trovare giuste le mie motivazioni e la scelta che avevo compiuto. Credo sia una grande soddisfazione veder compiere ai propri allievi un passo in più, con strumenti che il maestro stesso aveva fornito con il suo insegnamento. In questo senso, Borciani è stato un maestro vero, desideroso di rendere i suoi allievi capaci di farcela con le proprie forze, di renderli indipendenti da sé. Tuttavia non era facile fare lezione con lui: “non c’è male” era il più grande complimento che ci rivolgeva. Negli ultimi anni scappò anche qualche “bravo” che ci lasciò spiazzati, ma era persona così piena di spirito e così affettuosamente disposta verso di noi che trovammo il modo di scherzare anche su questo. A lezione si discuteva molto, era persona profonda e arguta e al tempo stesso aperta e dalle idee forti».

Tra i momenti più significativi del periodo scolastico Luciani ricorda con emozione quelli in cui il maestro “era costretto” a suonare.

«Non sto a dire la mia emozione quando a lezione ha eseguito con noi (io ero il secondo violino) il Quartettsatzt di Schubert, autore che insieme a Beethoven amava moltissimo. E ancora: in un concerto organizzato dal Conservatorio in cui si presentavano degli strumenti antichi restaurati, ha suonato anche la viola. E lo ha fatto magnificamente».

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Faceva parte della classe di quartetto condotta da Borciani anche Stefano Pagliani, carpigiano e ora residente a Mandrio di Correggio. Per diversi anni è stato primo violino della Filarmonica della Scala; dalla sua costituzione suona nell’Orchestra del Festival di Lucerna istituita da Claudio Abbado; si dedica con successo alla direzione d’orchestra.

«Dopo il diploma a Modena, sono andato a studiare Quartetto con Borciani: quegli anni sono stati indimenticabili. Mi ha colpito in particolare come abbiamo approfondito il metodo di lavoro mirato a “suonare insieme” per ottenere l’amalgama giusto, frutto della combinazione fra i colori strumentali e la scelta delle arcate. Quel metodo mi è servito molto, soprattutto ora che dirigo».
 

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