I profughi sul palco raccontano la loro tragedia
Saranno protagonisti al teatro Cavallerizza di "Questo è il mio nome" prodotto dal Teatro dell'Orsa
REGGIO EMILIA. «Ho attraversato due volte il Mediterraneo, perché la prima volta sono stato respinto e adesso non ho paura di nulla! Sicuramente non mi succederà più niente di così terribile», dice Baye con voce spezzata, appena prima dell'inizio della prova generale di “Questo è il mio nome”, in scena domenica 20 settembre, alle 20.30, alla Cavallerizza.
Lo spettacolo, che apre Festival Aperto 2015, è una produzione del Teatro dell’Orsa di Monica Morini e Bernardino Bonzani regista in collaborazione con il Comune Cooperativa Dimora d’Abramo, Progetto Sprar, Centro di Accoglienza Straordinaria.
Baye insieme agli altri protagonisti – ragazzi di oltre vent’anni – è uno dei rifugiati ospitati a Reggio Emilia, provenienti da Senegal, Costa d’Avorio, Guinea, Mali, Nigeria, Gambia. Sono arrivati nella nostra città nel 2014, dopo aver percorso il deserto e effettuato la terribile traversata del Mediterraneo dalla Libia.
Chi ha lasciato una terra da coltivare, dei genitori, chi ha visto morire in mare figli o sorelle: loro adesso hanno accettato di raccontarsi attraverso il teatro a proposito del quale il loro mediatore culturale Abdoulaye Conde, pure lui attore, ne condivide ed apprezza in massimo grado il loro impegno.
«Sono nato in un giorno in cui la notte si era innamorata del giorno!!!», dice Ezekiel, ripetendo le battute del suo testo.
«Questi ragazzi che il teatro strappa all’anonimato, sul palcoscenico testimoniano una sconvolgente umanità – commenta Monica Morini – Appaiono degli eroi come Odisseo. Chissà, forse avranno trascorso un’infanzia felice, ma adesso sono portatori di paura e nello stesso tempo, parlando la lingua italiana, esprimono una grande forza vitale ed espressiva. E così sul palcoscenico ognuno porta sé stesso, la propria lingua, la propria fisicità e nel racconto la memoria acquista dignità, la loro vita recupera valore, è come se piano piano si ricostruisse l’identità di queste persone con le loro storie».
«Mi ricordo si essere stato molto felice – dice Ousmane – quando sono stato chiamato dall’ospedale in cui era ricoverata mia madre. Arrivato al suo letto, mi ha guardato negli occhi dicendomi: figlio non ti preoccupare, ora sto meglio».
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La drammaturgia dello spettacolo, costruita durante i laboratori che sono partiti nel marzo scorso, nasce dalle parole pronunciate con le loro voci strappate, perché sono stati costretti ad urlare per farsi ascoltare, mentre i movimenti dei loro corpi, da un esercizio fisico delle mani.
«Le parole di queste anime che hanno perso tutto, non sanno quale sia la loro Itaca, s’incontrano anche con la musica di Nyman e uno Stabat Mater popolare, della nostra montagna – spiega la Morini – Qui i loro corpi si ripiegano, come nella Pietà. Sono tanti Odisseo respinti da Polifemo. A lui l’eroe dice di essere “Nessuno”, mentre ai Feaci che accolgono l’ospite sacro, rivela la propria identità”.
Tuttavia rivivere insieme brandelli di una storia tragica e disumana, sembra portare un poco di sollievo: questo significano le parole della canzone composta da loro stessi per lo spettacolo che cantano con infinita dolcezza: «Quando ti sembra tutto perduto stai sui tuoi piedi e un giorno migliore arriverà».
Lo spettacolo sarà preceduto, alle 18.30, da un altro momento imperdibile: il concerto in piazza Martiri del 7 luglio alle 18.30 con Arzan 2.0 + MM Contemporary Dance Company.
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