Gazzetta di Reggio

IL RACCONTO

Bianca è una farfalla colorata

Ecco il racconto di Annalisa Bertolotti con il quale l'insegnate di lingua e letteratura inglese ha vinto il premio internazionale "Shelley e Byron" di La Spezia

10 MINUTI DI LETTURA





“Ingrato!” esclamò il vecchio medico a denti stretti, in un filo di fiato.
Rigirava, tra le mani tremanti, un foglio scritto a penna con una calligrafia ben
allineata, dai tratti precisi, sicuri.
Poche parole schiette, feroci e lapidarie: sufficienti a scalfirgli il cuore...
Ripose quella lettera in un cassetto della scrivania, cercò di rimuoverla dalla propria
mente. Invano.
Il dolore per le accuse contenute nella missiva rimbombava nel suo intimo come un
grido agghiacciante.
Erano bastate poche frasi per fargli avvertire, d'un colpo, il peso insostenibile dei suoi
ottant'anni. Per renderlo completamente impotente, inerme, fragile.
E, nella prostrazione, echeggiò la sua solitudine.
Il pendolo, nella stanza, parve scandire per lui gli ultimi rintocchi, mentre scene di
vita passata riaffioravano, all'improvviso, nella memoria. Nitide, oltremodo vere,
tant'è che gli sembrò di vedere, contro le imposte della finestra, due mani bianche
dalle dita affusolate che graffiavano i vetri mentre un lamento straziante implorava:
“Apri!!! Sono una farfalla!...”
La convinzione della propria autosufficienza cominciò a vacillare. Le gambe, ormai,
stentavano a reggere un corpo appesantito dagli anni e dal fardello dell'animo.
Non aveva nessuno con cui parlare. La persona a lui più prossima lo aveva ripudiato
attraverso poche righe scritte in una lettera...
Il dottor Leoni sollevò così il ricevitore e compose un numero...
Agli occhi distratti, superficiali della gente, quella telefonata sarebbe apparsa come la
normale richiesta di una badante che lo assistesse negli ultimi giorni della sua lunga
vita. Una scelta, senza dubbio, sensata, dettata dal bisogno.
Ma non era così.
Lui, il noto psichiatra che per anni aveva lavorato tra le angosce umane, ora cercava
qualcuno che confortasse le sue e che lo aiutasse a sopportare l'amarezza generata da
poche parole, scritte su un foglio di carta...

Katerina era di origine polacca, ma parlava un Italiano corretto, senza accento. Al suo
paese, si era laureata in Letteratura, ma la sua specializzazione non era stata in grado
di garantirle il sostentamento nel suo paese natale. Aveva due figli adolescenti a cui
preparare un futuro e questo l'aveva costretta ad emigrare alla ricerca di un lavoro
senza dubbio più umile, ma, perlomeno, redditizio. Era in Italia da ormai sette anni ed
ora, dopo la dipartita dell'anziana signora che aveva accudito, si ritrovava senza
occupazione. Così, l'offerta di lavoro avanzata dal Dottor Leoni, le parve quasi un
dono della divina Provvidenza.
Entrò nella sontuosa casa dello psichiatra con umiltà, con i suoi modi semplici, pacati.
Tuttavia, il suo bagaglio culturale emergeva sempre nei suoi discorsi con il vecchio
medico: era arguta, intelligente, empatica.
Adorava disquisire con il suo assistito su argomenti impegnati: era una persona
profonda, sfaccettata, curiosa.
Nel tempo libero, quando il medico riposava, ella era solita estrarre- dagli scaffali
della biblioteca- testi di Freniatria di proprietà del padrone di casa e si immergeva
nella lettura, nello studio delle figure. Voleva sapere e, quando non capiva, chiedeva,
senza mai accontentarsi di descrizioni superficiali. Scandagliava, sondava ogni cosa in
profondità.
Anche l'anima...

Allo sguardo attento di Katerina, la prostrazione dell'anziano medico non era mai
apparsa come uno stato dell'umore riconducibile alla sua età avanzata. Ella captava
quanto quella tristezza, quella sua angoscia fossero legate ad altro.
Ogni giorno, il Dottor Leoni le chiedeva di aumentare la dose dei sonniferi da
somministrargli e, ciononostante, il suo sonno era inquieto, turbato dai fantasmi del
suo inconscio. Si rigirava rumorosamente nel letto, aveva il respiro corto, affannoso,
una sorta di cupo rantolo.
Finchè, una notte, ella lo udì gridare:
“Bianca è fuggita! Prendetela!” e, nel panico generato dall'incubo, un tonfo secco
tuonò come un boato tra le pareti della sua stanza. Katerina accorse spaventata e vide
il medico disteso sul pavimento, gli occhi sgranati verso il soffitto, umidi e brillanti
nell'iridescenza di una lunga lacrima che si insinuava lungo il solco di una guancia.
La badante non indagò; discreta, si limitò ad aiutare l'anziano a risollevarsi, lo
risistemò nel letto, gli rimboccò le coltri, si sedette al suo fianco e gli strinse la mano
come avrebbe fatto con suo padre, con suo marito, con i suoi figli... Sia lei che il
vecchio avevano bisogno di una mano da stringere. E avevano bisogno di liberare le
lacrime...
Rimasero così, in silenzio, per un istante che parve un'eternità: il pendolo seguitava a
scandire un non-tempo e Kronos diveniva Kairos, il tempo dell'anima.
Finchè, ad un tratto, il medico inspirò profondamente e, in un sussurro, pronunciò il
nome di lei:
“Katerina...”
La donna incrociò il suo sguardo e vi trovò un abisso. Allora il dottore le indicò il
cassetto della scrivania:
“Aprilo!” le ordinò “Prendi quella busta!”
Ella obbedì e gliela porse.
Lo psichiatra dispiegò il foglio e, con la voce strozzata, iniziò a leggere:
Padre,
è giunto il momento della verità. Per anni mi hai giudicato
insensibile, irriconoscente della vita agiata che tu mi hai
offerto.
Nella tua logica, mi hai porto tutto ciò che occorre per rendere
felice
un figlio, ma hai sempre percepito la mia infelicità. Non te ne
sei mai
fatto una ragione. Il tuo orgoglio non ti ha mai spronato a
scrutarti
dentro, a graffiare la superficie delle cose per vederne l'atroce
magma
nascosto sotto. Questa sontuosa casa mi è sempre apparsa come
un'angusta
gabbia, come una cattedrale edificata sulla sofferenza delle
creature più
fragili, più sensibili. I loro fantasmi aleggiano tra queste mura e
non
mi danno pace. Non sono pazzo, sebbene questi pensieri mi
facciano
impazzire...
Tuo figlio
Seguì una lunga pausa.
Una cesura necessaria a riassemblare i ricordi, a riaprire il forziere del cuore, ad udire
il clangore metallico di un grosso mazzo di chiavi ed il cigolio di una porta robusta
che, schiudendosi, proiettava una fosca lama di luce su un pallido volto di ragazza.
“Vieni, Bianca!”
Un grido agghiacciante:
“Nooooo!!!!!”
Uno scalpiccio di movimenti convulsi per afferrare braccia scarne, per frenare ogni
gesto, ogni forma di ribellione all'insensato, all'innaturale.
Un esile corpo di fanciulla trascinato con forza lungo un corridoio squallido,
disadorno; laggiù, verso una macchina collegata a due manopole fornite di elettrodi e
le membra sussultavano una... due... tre volte e dopo il bianco immacolato imbeveva
la mente del suo colore e non c'era più nulla: sparivano i prati, sparivano i fiori, si
eclissavano il sole, la luna, le stelle... spariva quel palpito che segna la vita... Bianca:
acromatica nei suoi sedici anni...
Bianca col volto trasfigurato, pallida, esanime tornava in quel letto, in quella cella
umida e stretta considerata una forma di cura...
Finché rinveniva e, sopra di lei, sfocato appariva un viso di donna:
“Bianca, piccina... dimmi, stai male?”
“Maria, tu lo sai che sono innocente! Tu sai che né tu, né io siamo pazze: siamo le
vittime dell'incomprensione... siamo le cavie di una scienza strana... Ricordi quel
giorno... ricordi, Maria? Mi trascinò qui dentro mio padre, convinto che mia, solo mia
fosse la colpa della dipartita della mia sorellina. Era sfuggita al mio sguardo distratto e
dentro al pozzo morì annegata... Maria, tu comprendi il mio dolore, non è vero?”
“Calmati, Bianca... un giorno usciremo da qui, vedrai!”
“No, Maria, io lo so.... io lo sento.... sento che non uscirò mai più!”

Katerina ascoltava senza batter ciglio. Temeva che il minimo movimento, il più
impercettibile rumore sarebbero potuti bastare a frenare l'eruzione dell'anima del
vecchio dottore.
Voleva sapere, nutriva speranze sulla sorte di Bianca, sul suo desiderio di tornare
libera. Pur nella consapevolezza che le atrocità che le erano state riservate in
manicomio le avrebbero strappato per sempre l'ardore e la spensieratezza dell'infanzia,
sperava che la luce di un amore trovato là fuori, oltre quelle pareti umide, l'avrebbe
potuta capire e consolare.
Alle prime prime luci dell'alba , un pulviscolo opalescente filtrava attraverso le
persiane socchiuse, riportando la memoria del vecchio ad una passata aurora di
primavera.
“C'era un allegro vociare di infermiere nella guardiola del padiglione femminile.
Bianca si avvicinò alla porta della propria cella e sbirciò attraverso lo spioncino. Vide
spuntare, da un camice immacolato, le mani di una donna che reggevano un barattolo
di vetro con il tappo di sughero. All'interno, una farfalla dalle tinte cangianti, sbatteva
febbrilmente le ali contro le pareti, si alzava e ricadeva, sobbalzava, pareva un corpo
sotto l'effetto dell'elettroshock. Finché, esanime, spiegò le ali e cadde così, come in
croce,sul fondo del barattolo, per poi non muoversi più.
Immediata fu l'associazione nella mente della ragazza:
“E' mortaaaa!!!!!” gridò “Assassinaaaaa! Infermiera assassina!!! L'hai uccisa,
maledetta!!!!”
La donna dal camice bianco si girò con noncuranza:
“ E' la ragazza!” disse ad una collega in tono sprezzante “ Un'altra crisi isterica. Tra
poco arriverà il Dottor Leoni... lo informeremo!”
“Sì, diglielo che sei una lurida assassina!” insistette Bianca, ma Maria le bisbigliò una
frase che le servì a placarsi.
Piombò così il silenzio nella cella numero 19, un silenzio insolito, quasi una sorta di
presagio....”...
Il medico indugiò, con aria sognante, ma Katerina lo spronò:
“E poi? Cosa accadde?”
“ Presi servizio alle dieci, quella mattina e la caporeparto mi informò immediatamente
del comportamento di Bianca.
“Ora mi pare tranquilla!” le dissi “Non si sente neanche un rumore provenire dalla sua
cella!”
“Sì, ora!” replicò quella “Ma la doveva sentire, dottore: sembrava una furia, non è
vero, Giustina?”
La collega confermò con un cenno del capo.
“Andatela a prendere!” ordinai “Sentiamo un po' cosa dice...”
Le due donne si incamminarono lungo il corridoio.
Ad un tratto, udii i soliti movimenti concitati che sempre accompagnavano l'apertura
di una cella, ma, stavolta, le grida non erano né di Bianca né di Maria, bensì delle due
infermiere:
“Ahia... mi ha morso!”... “Mi ha sferrato un pugno nello stomaco! Venite qui, pazze!”
Uscii sulla soglia del mio studio e, attraverso la porta d'ingresso spalancata, vidi
Bianca e Maria che correvano all'impazzata attraverso i prati che circondavano
l'Ospedale Psichiatrico. Erano già laggiù, all'orizzonte, nei pressi del torrente...
“Bianca è fuggita! Prendetela!” urlai, chiamando a raccolta tutto il personale “Anche
Maria, la sua compagna!”
Le accerchiarono. Erano terrorizzate, come cerve braccate da un branco di cani.
Le strinsero nelle camicie di forza e le trascinarono di nuovo in manicomio.
Bianca si mordeva il labbro inferiore sino a farlo sanguinare. Giunta al mio cospetto,
sputò e, in un ghigno di disperato disprezzo, continuò ad urlare la sua innocenza. Poi
irruppe in un pianto:
“Lavinia... sorellina, dove sei? Quel pozzo è così buio e freddo... Lavinia... tu non stai
peggio di me... Tu sei l'unica a capire il mio dolore...”
Sputò di nuovo ed il mio camice immacolato si tinse di una macchia del suo sangue
proprio qui, all'altezza del cuore.
Bianca venne trascinata lungo il corridoio.
“Infameee!!!! Maledetto!!!...” gridò, poi le sue urla si trasformarono in un sibilo “
Lasciatemi, mi sento soffocare... Vi prego, allentate la camicia... vi prego...”
Bianca si accasciò. Mi precipitai verso di lei, era livida in volto, cianotica. La
liberammo dalle fasce di contenzione, tentai l'impossibile per rianimarla... Invano...
Piovve un silenzio d'orrore. Avvertii uno sguardo di maledizione che percorreva la
mia sagoma, dalla testa ai piedi. Lanciai un'occhiata allo spioncino della cella numero
19 e vidi gli occhi neri di Maria. Attoniti, colmi di odio. Quello sguardo mi ha
perseguitato per tutta la vita...”

“L'eterno riposo donagli, o Signore, risplenda a lui la luce perpetua, riposi in pace.
Amen”
La nuda terra accolse le spoglie del Dottor Leoni, giunto al capolinea.
Katerina sarebbe tornata al suo paese, dalla sua famiglia.
Raccolse i suoi effetti personali e li chiuse in valigia. Raccolse un tassello della sua
vita e lo serrò nel suo cuore. Quella storia l'aveva trasformata: aveva fatto breccia
sulla sua sensibilità ed ella sapeva che le restava un'ultima cosa da fare, prima di
partire. Andare là... Andare a vedere le rovine di quel manicomio, ormai dismesso da
anni, per cercare una traccia, qualcosa che ancora le parlasse di Bianca.
La porta d'ingresso era scardinata, appoggiata a ridosso del muro di cinta. Katerina
entrò... Percorse il lungo corridoio del padiglione femminile sino in fondo, fino alla
cella numero 19. Spinse la pesante porta che si aprì cigolando. Un irrespirabile tanfo
di muffa le risalì le narici. Una lama di luce si infiltrava attraverso le inferriate di una
piccola finestra, disegnando scacchi azzurrini sul pavimento. Vide muri graffiati di
rabbia selvaggia. Graffiati di grida, di dolore, di lacrime...
Poi, il suo sguardo si posò su una scritta incisa sull'architrave. Una calligrafia
fanciullesca, dai tratti arrotondati. Una frase minima - soggetto, predicato e attributorisultava
più eloquente di un romanzo e riassumeva il cammino di un soffio di vita.
“Bianca è una farfalla colorata”
Così stava scritto...

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