Il dramma della fuga da casa nelle domande dei profughi
Lo spettacolo ha portato in scena diversi rifugiati ospitati a Reggio che hanno interrogato il pubblico italiano sui temi della morte e della felicità
REGGIO EMILIA. Si interrogano su cos’è la felicità, in apertura dello spettacolo “Questo è il mio nome”, del Teatro dell’Orsa, che ha per protagonisti i rifugiati ospitati a Reggio. Uno dice addirittura che è felice quando ha parlato per la prima volta in italiano. Sono osservazioni spiazzanti che fanno sorridere anche perché dette con candore. E ancora: «Siete felici?», chiedono alla platea della Cavallerizza gremita che risponde con un sì corale. Anche loro raccontano della loro felicità, con la differenza che parlano al passato. La loro tragedia non è raccontata ma entra nello spettatore piano piano senza clamore. Ma fa trasalire. Una voce imperiosa fuoricampo chiede “chi sei, cosa sai fare?” e ciò li atterrisce. La questione clou tuttavia riguarda la paura e in particolare quella della morte. «La morte è una vecchia amica – dice uno di loro – quando scappiamo ci è sempre accanto».
Una articolata riflessione riguarda il mare, quello loro e quello nostro, che li ha portati in Sicilia. Forse con lo spettacolo hanno scaricato una parte della loro paura perché condividono le loro sofferenze tra di loro e con il pubblico che ascolta. Spontaneamente in un balletto senza fine tendono le mani, alcuni piegati dalla fatica cadono a terra e la commozione riaffiora tutta mentre sale intenso l’applauso. (g.b.)
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