Gazzetta di Reggio

Dai cieli azzurri incontaminati alla lotta contro i demoni

di Giulia Bassi
Dai cieli azzurri incontaminati alla lotta contro i demoni

Visita alla mostra di Angelo Davoli con la moglie e assistente Cristina Bolognesi «Fino all’ultimo dei suoi giorni non è mai stato abbandonato dall’estro creativo»

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REGGIO EMILIA. «Ti dispiace se parlo dell'opera che ho pensato questa notte?» chiede Angelo Davoli alla moglie Cristina in una delle mattine del suo ultimo anno di vita. Devastato dalla malattia, dalla chemioterapia e dal cortisone, non dormiva di notte, ma la sua mente profonda e vigile comandava ad un estro creativo indomabile che lo ha spinto, in quei terribili giorni, ad aggiungere dei collage a velina sui disegni realizzati nel '93. Ne sono usciti inquietanti rappresentazioni di battaglie tra “anticorpi” e “antigeni” colte in un' ambientazione familiare: la sua casa, i suoi boschi. «Sai Cristina, la malattia fa parte della vita; è capitato a noi perché avevamo la forza di poterla combattere. Questi, sono animali dalle sembianze mostruose, i “gargoyles”, che hanno il compito di scacciare i demoni», dall'autore stesso battezzati “Anticorpi LNH (vale a dire Linfoma Non Hodgkin, la sua malattia).

Nella mostra "Angelo Davoli work in progress", 150 opere in tutto, tali disegni si possono vedere per primi, girando a destra all'entrata di palazzo da Mosto dove è allestita, salvo proroghe, fino a domenica prossima. E Cristina Bolognesi, che è stata anche collaboratrice del pittore, spentosi a 54 anni il 6 settembre dell'anno scorso, ha fatto bene a collocarli lì, perché rendono inequivocabilmente la statura del personaggio. E' rarissimo vedere artisti nella cui opera si rispecchia in modo così naturale l'esistenza. «Peraltro Angelo non ha mai urlato, non era presenzialista, considerava l'umiltà come valore aggiunto; dignità ed etica costituivano il suo messaggi», spiega Cristina.

A parte i lavori che “parlano” della sua malattia, gli altri alludono ad un artista a tutto tondo la cui poetica creatività è anche il prodotto della sua formazione di tecnico (il lavoro che svolgeva prima di dedicarsi all'arte) ma che un estro profondo ha pienamente catturato. Ecco dunque i suoi cieli che possono essere incontaminati o “sporcati” da un elemento “tecnico” come una mongolfiera, un motore, un silos. In questo senso, l'arte fuoriesce da quello che Angelo Davoli è stato come persona nella sua totalità. Ne è una prova il video legato alla performance di Aterballetto in “Certe notte” da lui così commentato: «Le danzatrici che scendono dal cumulo di ghiaia rappresentano il mito dell'Angelo caduto sulla terra...». Questo Angelo chi è, se non lui stesso alle prese con i contenuti della sua arte, simboleggiata da quegli stessi cieli concepiti come un' infinita tavolozza? E' stata Cristina a volere la mostra e, a distanza di pochi mesi dalla morte, anche l'archivio storico che si occuperà di catalogare tutta l'opera dell'artista. «Se lasciamo, chi si ricorderà… Questa mia preoccupazione è stata raccolta dalla Fondazione Manodori che ha reso possibile l'esposizione con il sostegno di numerosi privati-volontari alcuni dei quali hanno lavorato anche 12 ore al giorno. Così è stato possibile poterla inaugurare nella notte tra il 6 e 7 settembre, quando il giorno della sua morte mutava in quello della nascita, dato che il 7 era il compleanno».

Da allora la mostra attira moltissimi visitatori, tanto che si sta pensando di prorogarla. L’affetto che la gente tributa a Davoli è dimostrato dalle centinaia di firme impresse nei “murales” che campeggiano alla reception, e dalle testimonianze scritte di personaggi che, a parte critici di fama, si chiamano Fabio Fazio o Alessandro Bergonzoni. «Da quando ritornò da una lezione di arti marziali e si accorse di due rigonfiamenti sul collo, la nostra vita non è stata più la stessa» sussurra Cristina. Era stata lei nel 1986 a comprenderne la predisposizione artistica. «Un giorno, tornato dal lavoro, prese un pennarello e si mise a disegnare; lo fece in modo impeccabile, tanto da emozionarmi. Su quello e su molti altri schizzi tanti esperti intuirono il suo talento. Per questo, mentre continuavamo i nostri rispettivi lavori, abbiamo frequentato insieme l'Accademia di Bologna per poi, a distanza di dieci anni, licenziarci dal lavoro.

Tra le opere esposte a palazzo, nella prima sala a sinistra sono ritratte le sue dita in una V che indica vittoria. «La sua mente che guidava queste dita e sosteneva il suo corpo è riuscita a disattendere tutti i protocolli medici e statistici…e a vivere intensamente e con dignità ogni giorno della sua vita».

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