Un duetto formidabile esalta le “creature emiliane”
Tutto esaurito per assistere alla lettura con Zamboni e Ferretti di nuovo insieme Storia, contraddizioni e grandezza di una terra e di un popolo nel dopo-guerra
REGGIO EMILIA. Finalmente sono apparsi fianco a fianco Massimo Zamboni e Giovanni Lindo Ferretti. Per più di un’ora si è ricostituita la grande coppia dei “Fedeli alla linea” che ha duettato in maniera formidabile, trasmettendo materiale non solo resistente ma anche drammatico, malinconico e poetico. È successo alla Sala degli Specchi per il penultimo appuntamento del Festival Aperto, un’edizione da ricordare per l’ottima qualità delle proposte. In oggetto la lettura di alcune pagine tratte da “L’eco di uno sparo”, scritto dall’ex chitarrista dei CCCP- CSI, che si è trasformata in una pregnante riflessione sulla Reggio del dopoguerra, sulla reggianità e più in generale in un’apologia delle “creature emiliane”, come recita il sottotitolo dell’evento. Dopo la narrazione dell’episodio che ha dato origine al libro, ricercato e studiato con difficoltà dallo stesso autore, vale a dire l’uccisione avvenuta settanta anni fa del nonno Ulisse, di fede fascista, e del giallo che ne conseguì, dato che uno dei due uccisori appartenenti ai Gruppi di Azione Patriottica, il comandante Robinson alias Alfredo Casoli, nel 1961 uccise l’altro, Athos Muso, cioè Rino Soragni. Per quale motivo, si chiede Zamboni? A partire da quegli anni, quando per tutti una mansarda era semplicemente un solaio, parte la sua frastagliata riflessione sulla gente, i luoghi e gli animali di questo lembo di Emilia. Alle vicende descritte da un artista abilissimo, anche nel giocare con il linguaggio, Lindo Ferretti aggiunge la sua storia esaltando il contrappunto delle voci che s’intersecano: la storia rivissuta della costituzione del gruppo musicale insieme ai travagli politici e sociali che bersagliavano quella che allora era «la più filosovietica della province americane», caratterizzata «dall’insorgere umorale degli affetti nel sangue».
Il racconto trasmette ancora nitide fotografie relative a incontrollati fermenti di un pensiero oscillante tra idee comuniste, cattoliche e drammi irrisolti propri di una terra speciale i cui abitanti che andavano in bicicletta in modo unico, hanno dato un nome generico al Parmigiano Reggiano, che era “la forma” e chiamavano il maiale “nimel” e basta. Le multiformi voci intersecandosi anche con le storie personali di partenze, scissioni, mutamenti radicali, arrivano a toccare l’oggi, in una Reggio tranquilla da apparire come una «quinta teatrale a spettacolo finito». In ogni caso Zamboni e Ferretti incantano e commuovono nell’assicurare l’incancellabile senso di appartenenza della nostra gente: è soltanto, appunto, questione di terra.
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