Gazzetta di Reggio

Una Bohème sessantottina che convince e conquista

di Giulia Bassi
Una Bohème sessantottina che convince e conquista

Al teatro Valli applausi per l’opera pucciniana messa in scena da Muscato Bravissima Maria Teresa Leva nel ruolo di Mimì. Si replica oggi alle 15.30

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REGGIO EMILIA. All’inizio del primo quadro del libretto di Bohème si cita Luigi Filippo, quindi l’ambientazione del secondo capolavoro pucciniano risale al 1830. Ma il regista Leo Muscato, per l’opera che ha aperto la stagione Lirica del teatro Valli, ha scelto l’epoca delle contestazione sessantottine, alludendo anche al disagio giovanile e al senso della precarietà che sono propri della nostra epoca.

L’ha fatto non senza efficacia creando personaggi ricchi, autentici e a tutto tondo. E così lo spettacolo, anche se al posto della soffitta vi era una cantina imbrattata di graffiti, e la barriera d’enfer è una fonderia picchettata, si gode e conquista. A Muscato, il merito di aver creato una gestualità fresca e credibile, lasciando che la protagonista, appaia fin dall’inizio chiaramente presaga della sua tragica sorte.

L'allestimento è quello che Muscato insieme al suo team - Federica Parolini scenografa, Silvia Aymonino costumista, Alessandro Verazzi light designer – ha rielaborato per i teatri al chiuso a partire dal progetto del 2012 premiato con il premio Abbiati.

Nel ruolo di Mimì una bravissima Maria Teresa Leva, che, anche per la parte musicale, ha dato una prova davvero positiva: voce interessante, piuttosto ferrata tecnicamente e con una maturità espressiva adatta al personaggio. Modulava anche il suo timbro declinandone sapientemente l’intensità, come è accaduto durante la prima aria da “Ma quando vien lo sgelo”, ed ha affascinato nel terzo quadro, in special modo “Donde lieta uscì”. Il Rodolfo di Matteo Lippi, pur corretto nonostante la non eccessiva potenza vocale, all’inizio è apparso un po’ impersonale; mentre ha dato il meglio di sé nell’ultimo quadro. Generoso e versatile il Marcello di Sergio Vitale, incisivi lo Schaunard di Paolo Ingrasciotta e il Colline di Alessandro Spina la cui “Vecchia Zimarra” presentava il tono evocativo della tragedia. Esagerata invece la Musette di Larissa Alice Wissel: va bene essere disinvolti nella recitazione, ma il canto va controllato, altrimenti si crea una “macchietta” fuori luogo. Carlo Goldstein, in sostituzione del titolare Giampaolo Bisanti alla guida della versatile Orchestra de I Pomeriggi Musicali, ha letto la partitura pucciniana in modo impetuoso, scattante, convincendo quando i volumi sinfonici non affossavano le voci e, nei momenti senza i cori – per altro non molto disciplinati –, dato che nei grandi concertati gli insiemi non risultavano compatti.

Applausi da un teatro gremito e oggi alle 15.30 si replica.

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