Gifuni dà corpo e voce a Pasolini e al suo killer
A Reggio per quattro giorni il progetto che vinse l’Hystrio
REGGIO EMILIA. In “’Na specie di cadavere lunghissimo” Fabrizio Gifuni è Pasolini e al contempo il suo assassino. Lo spettacolo vincitore nel 2006 del premio Hystrio e nel quale l’attore cerca il nodo poetico che ha unito l’intellettuale e scrittore ai suoi carnefici sarà nei prossimi giorni al Teatro Cavallerizza. Prosegue così la Stagione di Prosa della Fondazione I Teatri. L’appuntamento è per martedì primo dicembre, mercoledì 2, giovedì 3 e venerdì 4, sempre alle 20.30.
«Quando alcuni anni fa – spiega Gifuni – iniziavo a pensare all’idea di uno spettacolo su Pasolini, è proprio in termini di opposizione che il mio istinto si muoveva: padre e figlio, natura e opera d’arte, vittima e carnefice. Certo, l’urgenza politica era altrettanto forte...»
L’attore in questo spettacolo affronta un lavoro particolarmente ambizioso. Sotto la guida del regista Giuseppe Bertolucci, il progetto mette insieme i testi più polemici e politici di Pasolini (fra cui “Scritti corsari”, “Lettere luterane” e l’ultima intervista rilasciata a Furio Colombo poche ore prima di morire) a un poema di Giorgio Somalvico (“Il pecora”), che costringe in metrica il delirio di un assassino, proprio a sottolineare l’incontro/scontro fra due diversi punti di vista sulla cultura popolare.
Gifuni, gli occhi negli occhi degli spettatori seduti ai loro tavolini come in un cabaret, prima si offre come “figlio” citando versi della “Meglio gioventù”, poi si denuda della mise di ragazzo e indossa un completo bianco con cravatta per assumere la parte dell’altro, del figlio borgataro, cioè di Pino Pelosi, e per interpretare “Il Pecora”, travolgente monologo interiore scritto in endecasillabi in un romanesco reinventato dal milanese Giorgio Somalvico, di cui “Na specie di cadavere lunghissimo”, che dà il titolo allo spettacolo, è un verso.
«Per Eraclito il mondo non è altro che un tessuto illusorio di contrari. Ogni coppia di contrari è un enigma, il cui scioglimento è l’unità, il Dio che vi sta dietro – dice l’attore – Continuo a trovare in queste parole qualcosa che si avvicina moltissimo a quel profondo senso di mistero che accoglie la vita, l’opera e la morte di Pier Paolo Pasolini». Nell’elaborare lo spettacolo, dice Gifuni «le antinomie continuamente si affacciavano sul mio cammino. Ma anche il buio e la luce, la violenza e la mitezza, Dottor Jekyll e Mister Hyde».
«L’urgenza politica – prosegue – era altrettanto forte: così forte, in questi tempi bui, da rischiare di travolgere tutto (…). C’era il desiderio di raccontare la tragedia pubblica e privata di un poeta che aveva visto scomparire in soli tre lustri il solo mondo in cui voleva riconoscersi. Il grido lacerante e disperato di un uomo che urlava nel deserto contro l’immoralità e la cecità del vecchio Potere che stava aprendo la strada all’avvento di un Nuovo Potere, di un nuovo fascismo, “il più potente e totalitario che ci sia mai stato”. Ma anche la privatissima tragedia di chi, in virtù di quella stessa catastrofe politica e antropologica, non riconosceva più i “corpi” dei suoi amati ragazzi, che sembravano trasformarsi, sotto i suoi occhi, da “simpatici malandrini” in “spettrali assassini”. I suoi amati “riccetti” stavano cambiando maschera: dall’innocenza al crimine».
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