«Ubu2015 a Progetto Ligabue: una vittoria che condivido con chi ci ha creduto»
L’orgoglio dI Mario Perrotta: «Ora tutti dovranno ammettere che siamo finalmente all’altezza»
REGGIO EMILIA. Al fianco di Mario Perrotta, al Piccolo Teatro Grassi di Milano, durante la cerimonia degli Ubu 2015, che l'hanno visto protagonista con il suo Progetto Ligabue c’erano anche alcuni dei reggiani che hanno reso possibile la realizzazione di questo importante lavoro ideato dal regista e attore, leccese d’origine e bolognese, prima, e romano, poi, di adozione: tra loro la cantante Lara Puglia e il musicista Fabio Uliano Grasselli (il contrabbasso dei Violini di Santa Vittoria).
«Un mese e mezzo fa il premio della critica (dell’Associazione nazionale dei critici di teatro, ndr) sempre per Progetto Ligabue e ora questo, che è il premio più ambito e importante – esulta con giusto orgoglio Mario Perrotta – Siamo felici. Questo premio è anche di Reggio Emilia e di chi ha sostenuto contro tutto e tutti questo progetto e di chi ci ha lavorato notte e giorno».
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L’Ubu è l’Oscar del teatro Italiano. Per capire cosa vuole dire vincerlo ci spieghi cosa succederà ora.
«Questo riconoscimento è eclatante, ancor di più perché riguarda l’intero Progetto. E arriva dopo un’infilata micidiale (Hystrio 2009 per “Odisseo” primo capitolo della Trilogia sull’individuo sociale; Ubu 2011 per la stessa Trilogia; Ubu 2013 per “Un Bès”; premio della Critica 2015 per Progetto Ligabue, ndr). Non è egocentrismo ma si traduce in lavoro vero, quello che io e chi collabora con me ha fatto, fa e potrà fare ancora di più dopo questo premio. Il mondo del teatro e anche alcuni dei migliori teatri, che ancora tengono la porta chiusa, avranno chiara la portata straordinaria di questo lavoro. Dovranno finalmente ammettere che siamo all’altezza. E anche dal punto di vista economico, sarà motivo sufficiente per convincere certi sindaci a dirci sì...».
Si riferisce al Reggiano? Chi ha detto no?
«Diciamo che avremo meno difficoltà anche da questo punto di vista».
Allora parliamo dei prossimi progetti. Anticipazioni?
«Sono ancora molto impegnato con “Milite ignoto”, ma sto già lavorando a un altro spettacolo. Sarò in scena con mia moglie Paola Roscioli, che è molto più brava di me, e non lo dico perché è mia moglie. Lavoro con lei sul diario di una immigrata albanese. Una storia drammaticamente emblematica che, per fortuna, finisce bene. Vogliamo dimostrare come essere albanese non è solo quello che racconta la cronaca tutti i giorni. Sono stanco di sentire sempre questa ignobile equazione: albanese uguale ladro e criminale! È giusto e importante intervenire anche in teatro su argomenti di questo tipo».
Quando sarà pronto questo lavoro?
«Per l’estate 2016 o al più tardi l’autunno dello stesso anno».
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Il titolo?
«Lo deciderò alla fine, come faccio sempre. Come con “Un Bès” per esempio, il primo capitolo della trilogia che compone Progetto Ligabue».
Come è andata in quel caso?
«L’ho deciso dopo la scrittura del testo. Sottoponendolo poi alla lettura di diverse persone, e chiedendo anche a loro di proporre un titolo. Non di rado in questi casi faccio scattare il toto-titolo. E spesso accetto la decisione della maggioranza se, naturalmente, mi viene proposta una soluzione che colpisce, accattivante. Nel caso di “Un Bès” da una parte ho ascoltato quello che emergeva dallo stesso testo, il continuo rincorrere di “Toni” a quel bacio, il suo anelito; e dall’altra parte la lingua reggiana, il dialetto. Un abbinamento molto felice, che in una sola parola, dice già molto di quello che si va poi a rappresentare sul palco».
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