Gazzetta di Reggio

REPLICHE FINO A DOMANI SERA

L’omaggio di Gifuni a Pasolini incanta e travolge la Cavallerizza

di Giulia Bassi
L’omaggio di Gifuni a Pasolini incanta e travolge la Cavallerizza

REGGIO EMILIA. Si entra in sala con le luci accese, in modo da non riconoscere l'ipotetico spazio della Cavallerizza riservato all'attore. Si resta confusi, anche perché una parte di pubblico,...

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REGGIO EMILIA. Si entra in sala con le luci accese, in modo da non riconoscere l'ipotetico spazio della Cavallerizza riservato all'attore. Si resta confusi, anche perché una parte di pubblico, disposto attorno a dei tavolini, invade il possibile spazio. Ma non è così, poiché Fabrizio Gifuni è lì seduto da diversi minuti e si guarda attorno a lungo, prima di prendere la parola. Quando la prende, per quasi un'ora e mezzo di “Na specie de cadavere lunghissimo”, monologo dedicato a Pasolini, dalla pregnante forza spettacolare, cattura subito l'attenzione, quindi seduce, per poi travolgere e sconvolgere.

Le due diverse parti, orchestrate dall'acuta regia di Giuseppe Bertolucci, lo rendono alquanto scorrevole. Gifuni, dapprima spiega pacatamente guardando negli occhi il pubblico, anzi duettando con esso, il pensiero sulle tristi condizioni dell'Italietta che non è quella battezzata dall'epoca fascista, ma quella che sta vivendo l'autore stesso trent'anni dopo. Quanto l'attore riporta dei pensieri pasoliniani tratti da “Scritti corsari” e “Lettere luterane” facendolo con uno splendido tono persuasivo senza affettazione, circa la società massificata, l'omologazione culturale, la televisione, e soprattutto il Palazzo, ci rendiamo conto che invece sta parlando compiutamente della nostra Italietta.

Ad un pensiero razionale consegnato con sorprendente semplicità, fa da contraltare dopo essersi completamente denudato e rivestito di un completo giacca e pantaloni bianco, la parte dionisiaca della pièce. Ora Gifuni cambia pelle, si trasforma e a luci spente in un doloroso e bruciante delirio, esaltato dal riverbero del microfono, affronta una nervosa partitura polifonica comprendente i versi friulani di Pasolini, gli endencasillabi del poemetto “Il Pecora” di Giorgio Somalvico che, in un confuso e urlato romanesco, pone in metrica la vicenda di Pino Pelosi, del suo viaggio notturno, da Ostia a Roma, alla guida dell'Alfa Gt del poeta con cui è passato sul suo cadavere. L'andamento è sconnesso, febbrile quasi in una lotta corpo a corpo che l'attore magnificamente conduce contorcendosi e saltando come un felino sui tavolini.

Una prova di una straordinaria forza che Gifuni generosamente dimostra, regalando al pubblico della Cavallerizza incantato una lezione magistrale ed imperdibile di autentico teatro. Si replica questa sera e domani sera, sempre alle 20.30.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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