Gazzetta di Reggio

Goghi e altre storie di disoccupazione e “quasi” schiavitù

di LORIS CAMPETTI
Goghi e altre storie di disoccupazione e “quasi” schiavitù

Loris Campetti affronta l’aspetto poco indagato degli ultracinquantenni che perdono il lavoro

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LORIS CAMPETTI. Verso la fine del mio viaggio in Italia alla ricerca degli invisibili – gli ultracinquantenni che hanno perso il lavoro in questi anni di crisi, troppo vecchi per trovarne uno nuovo e troppo giovani per la pensione – sono finito sulla via Emilia e ho fatto tappa a Reggio. Sono arrivato con i miei quaderni già pieni di storie di uomini e donne, operai e operaie alla catena di montaggio o in una fungaia, o addetti a scoibentare senza protezione i vagoni ferroviari intrisi d’amianto, dirigenti nel teatro o nel mondo cooperativo, tecnici informatici, chimici, grafici e ambientali.

Persone, figure sociali molto diverse ma unite da una stessa condizione segnata dalla perdita del lavoro, cancellate dall’economia e dalla politica e sbanchettate persino dai media che almeno ai giovani senza lavoro un po’ d’attenzione la prestano. La modificazione, meglio dire il peggioramento del sistema legislativo sul lavoro, ha contribuito a destabilizzare questi ex lavoratori per i quali la pensione è ormai una chimera.

Nei loro racconti spesso ho incontrato la parola “paura”: per il presente e il futuro, paura persino di raccontarsi temendo che mettere la propria faccia in una narrazione di denuncia avrebbe arrecato un surplus di problemi, l’impossibilità di trovare un nuovo lavoro. Cosicché ho dovuto accettare l’idea, inconcepibile per un giornalista, di garantire l’anonimato a molti dei testimoni del mio libro.

Incontrare Goghi nella sua casa della bonifica in Bassa Reggiana è stata una liberazione dal senso di oppressione provocato dalla raccolta di tante storie d’identità cancellata, perché se il lavoro è tutto, perderlo vuol dire perdere ruolo e senso. L’indiana del Punjab che ha guidato la lotta di 185 suoi connazionali per conquistare il contratto di lavoro in una cooperativa di facchinaggio è fatta di una farina diversa: «Il mio nome è Goghi, tutti mi chiamano così. Non mi interessa l’anonimato perché le cose che ho da dire le ho gridate davanti all’azienda, ai poliziotti che volevano convincerci a togliere il presidio e a sospendere lo sciopero della fame; le ho ripetute in piazza a Reggio e nella sede della Provincia quando l’abbiamo occupata». Il contratto è riuscita a conquistarlo, ma per ritorsione la coop ha chiuso i battenti per poi riaprire sotto altro nome, lasciando fuori quegli irriducibili 185 indiani che avevano condotto la lotta.

Ma questo esito odioso non l’ha piegata, Goghi è una forza della natura, mai doma. Ha lavorato in un circo, poi in campagna alla coltivazione del tabacco, nelle stalle, in fabbrica. Ha aiutato i suoi compagni a trovarsi un altro lavoro, ma a trovarlo per lei, ribelle indiana, non c’è riuscita. Si aggiusta facendo lavoretti, cucinando piatti tipici della sua terra, strigliando i cavalli qualche ora la settimana, senza mai piegarsi: «A quelli della Digos che mi suggerivano di non girare in bicicletta da sola per non correre rischi, dato che avevo ricevuto non poche minacce, ho risposto che dalle mie parti, se si viene ammazzati si diventa fantasmi. E i fantasmi ritornano, se mi fanno fuori torno avvolta da un lenzuolo a fare i conti con i colpevoli e li sistemo tutti quanti. Non chiedetemi che lavoro vorrei fare da grande, intanto perché sono abbastanza grande e i miei cinquant’anni me li sono lasciati alle spalle. E poi il problema non è quale lavoro, ne ho fatti tanti, posso farne anche altri. Il lavoro non mi spaventa, però non sono più disposta a lavorare per una cooperativa, né a fare la schiava sotto qualsiasi padrone. Perché la verità è che oggi chi lavora in Italia è senza diritti, dunque è uno schiavo».

Ci sono paesi, nel Reggiano, in cui gli indiani sono più del dieci per cento della popolazione residente.

Vengono soprattutto dalla regione del Punjab, frequentano i tempi sik – ce ne sono due in provincia – si spostano nei paesi della Bassa in bicicletta tra casa e cascina, fabbrica, campi. Sono stati sempre ben accetti da una quindicina d’anni, almeno fino all’esplosione della crisi quando l’attenzione rancorosa per lo straniero ha cominciato a far capolino anche nel cuore del modello emiliano. Ben accolti perché sono seri, obbedienti, un luogo comune li vuole devoti verso i datori di lavoro che amano e rispettano così come gli animali di cui molti di loro si occupano. Come dice il fondatore di Slow Food, Carlo “Carlin” Petrini, senza indiani non ci sarebbero parmigiano e prosciutto di Parma. Per questo la lotta degli indiani della coop di facchinaggio Gfe ha fatto scalpore, ribaltando certezze e luoghi comuni sulla loro presunta subalternità che tanto piace agli imprenditori – grandi e piccoli, privati e cooperatori – di questa terra.

E se oggi Goghi non riesce più a trovare un lavoro, forse è proprio perché ha rovesciato il tavolo da gioco in cui a vincere e a dettare le regole è sempre e soltanto uno: il padrone.

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