Il reggiano Paterlini racconta Vattimo il più grande filosofo
È tra i principali intellettuali di oggi e ha compiuto 80 anni L’autore ne ripercorre il pensiero e la vita fuori dagli schemi
di PIERGIORGIO PATERLINI
Gianni Vattimo ha compiuto 80 anni.
Com'era prevedibile, non c'è stata la fila sui media per fargli gli auguri. Anzi. Non per dimenticanza, ma per censura, avversione, esclusione. Lo dico subito. Non è indispensabile essere fan di Gianni Vattimo. Si può non essere d'accordo su poche o molte o alcune delle faccende d'"attualità" che questo grandissimo filosofo ha sostenuto, soprattutto negli ultimi dieci anni, o sul modo con il quale lo ha fatto e lo fa. Sulle Torri Gemelle o su Israele o sul nazismo del "suo" Heidegger o su Chavez. Ma non si può negare, né ignorare (che è molto peggio) che Gianni Vattimo sia uno dei più grandi filosofi al mondo, uno dei Grandi del Novecento e poi di questo ventunesimo secolo. Uno dei pochissimi capace di elaborare un pensiero originale, cosa che gli altri grandi filosofi (non italiani, non sia mai) gli hanno riconosciuto. In pubblico e in privato. Da quasi cinquant'anni a questa parte.
Lui e il suo pensiero passeranno alla storia, non me ne devo occupare né tantomeno preoccupare io. Ma vale la pena - per noi più che per lui - chiedersi il perché di tanto disprezzo, nei casi migliori il perché di quello stucchevole e altezzoso paternalismo che fa dire ai più miti (o finti tali) che Gianni Vattimo andrebbe difeso da se stesso.
A renderlo antipatico, escluso, "sconfitto ma totalmente libero", come dice lui, non sono affatto alcune sue discutibili affermazioni o il modo un poco ingenuo (cioè indifeso e ancora una volta libero) in cui le esprime, ma tre cose molto più importanti: l'omosessualità dichiarata, l'anticapitalismo irriducibile e le sue umili origini. Direi, su tutte, quest'ultima, quella cui oggi forse per molti è più difficile credere, nella morte solo apparente delle ideologie. Una discriminazione di classe che non superi mai, anche quando diventi così illustre.
Gianni Vattimo è il primo a esserne lucidamente consapevole: "Ho sempre detto che ero uno che poteva andare a cena dall'Avvocato ma non potevo portare nessuno… Perché non sono parente, non sono dentro il giro, e c'è sempre questa riserva mentale, questa rete di insofferenza nei miei confronti. È una riserva di classe, io sono un proletario, c'è poco da friggere. Poi sarò anche un intellettuale, ma prima di tutto provengo dai bassifondi, non nasco bene, sono uno che viene dal nulla. Mio padre era calabrese. E faceva il poliziotto".
Dieci anni fa abbiamo deciso di scrivere a quattro mani la sua biografia, che poi abbiamo integrato e aggiornato per i suoi ottant'anni. Gianni Vattimo è il filosofo che per tutta la vita ha combattuto contro la gabbia dell'oggettività e degli assoluti che ci imprigionano. Il nostro libro - che cerca di raccontare in modo comprensibile la sua vita e il suo pensiero - non potrà dunque accampare pretese di oggettività, di verità assoluta. Oltretutto, è un libro strano. Lo sappiamo entrambi, Vattimo e io. Lo abbiamo voluto. Non è un'autobiografia in senso classico, perché l'ho scritta io, non è una biografia, perché Vattimo la "controfirma" e parla in prima persona. Come mai dunque questo impas. to inseparabile di due voci, di due persone? Alla fine perché io desideravo farlo - viva la soggettività - e perché Gianni Vattimo ha accettato di farlo con me. Ma soprattutto perché questa necessaria (auto)biografia lui - che pure, a differenza di tanti suoi colleghi, padroneggia bene anche il linguaggio divulgativo - non l'avrebbe mai scritta. Non gli sarebbe mai venuto in mente, e non l'avrebbe scritta comunque. Questa piccola annotazione è già parte dunque dell'(auto)biografia. Si racconta una prima cosa di Gianni Vattimo: lui è uno che non scriverebbe mai, da solo, la propria autobiografia.
Nel suo lungo percorso filosofico Gianni Vattimo arriva ad affermare che l'Essere si dà a noi nel linguaggio, anzi nella conversazione umana, nel "colloquio".
Questa (auto)biografia si dà esattamente così: nel colloqui umano fra me e il grande filosofo.
Da ultimo, Vattimo sostiene e accetta come positiva, fecon -da, una certa casualità della storia e dell'opera scritta. Assonanze, ancora, o qualcosa di più.
Perché chiunque raccontandosi seleziona, consapevolmente, inconsapevolmente, "va' a sapere", per usare un' espressione cara e ricorrente in Gianni Vattimo. E a questa selezione si è sovrapposta ovviamente la mia. Con una certa pretesa di onestà e di obiettività, se non di oggettività, in un atteggiamento di ascolto, anche questo particolarmente caro al Vattimo-persona e al Vattimo-pensatore.
Di questo libro si potrà dire tutto tranne che la sua struttura non rispecchi, quasi ricalchi il percorso esistenziale, umano e filosofico della persona che racconta.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
