Le “Reggiane”, protagoniste anche della Guerra Fredda
Domani allo Spazio Gerra incontro con il ricercatore Michele Bellelli Fino agli anni Ottanta dagli stabilimenti della città continuarono a uscire armi
REGGIO EMILIA. “Le tre guerre delle Reggiane”. Si intitola così la conversazione che si terrà domani, sabato, alle 17.30 allo Spazio Gerra con Michele Bellelli, il ricercatore di Istoreco che in prima persona sta curando la sistemazione dell’archivio di quella che è stata la prima azienda reggiana, per popolazione occupata e per importanza storica.
In pratica tutto il Novecento di Reggio Emilia ha finito per ruotare attorno alla grande azienda di Santa Croce, che ne ha segnato le sorti nel bene e nel male e ha rappresentato comunque un’eccellenza rispetto alle nostre capacità produttive.
Proprio all’archivio storico delle Reggiane è dedicata la mostra visitabile fino al 28 febbraio al Gerra che ospita anche tutta una serie di iniziative collaterali fra le quali la conversazione di domani.
Bellelli, l’incontro parla delle Reggiane coinvolte in tre guerre. Sulle due guerre mondiali non ci sono tanti dubbi, ma la terza guerra qual è?
«La terza è la guerra fredda, nella quale le Reggiane hanno avuto un ruolo importante, anche se è quella di cui ovviamente si conosce di meno».
Andando per ordine, nella Prima guerra mondiale le Reggiane erano un’azienda ancora giovane.
«Giovanissima. Infatti esistevano da poco più di dieci anni, fondate nel 1901 da Romano Righi che aveva vinto un concorso della Cassa di Risparmio che voleva dare un’azienda alla città. Si chiamavano appunto Officine Righi e solo qualche anno dopo, nel 1904, divennero le Reggiane che si occupavano di riparazioni ferroviarie. Cosa che andò avanti fino allo scoppio della guerra».
Quanti erano i dipendenti in quegli anni?
«Nel 1914 se ne contavano circa 1.200, che però nel 1918 erano diventati 6.000, fra i quali 1.200 donne e anche qualche ragazzino fra i 10 e i 14 anni».
Quale fu il ruolo delle Reggiane nella grande guerra?
«Arrivarono subito le commesse belliche. A Santa Croce si producevano proiettili di tutti i calibri per l’artiglieria e si stima che siano uscite dalle Reggiane qualcosa come venti milioni di granate. Per la prima volta si cominciò anche a parlare di aeronautica, perché ci pensò la Caproni a commissionare aerei da guerra. Però eravamo fra la fine del ’17 e l’inizio del ’18 e la guerra fece in tempo a finire prima che la produzione di aerei andasse a regime. Fra l’altro per rispondere meglio a ordini sempre più importanti, fra il ’15 e il ’16 le Reggiane ordinarono delle macchine industriali che venivano prodotte negli Stati Uniti; macchine che però non arrivarono mai per difficoltà di trasporto a causa del blocco navale. Quindi a Reggio i tecnici si adattarono e quelle macchine riuscirono a produrle in proprio».
Finita la guerra, finirono anche i grossi affari?
«In un certo senso sì, comunque le Reggiane tornarono alla loro produzione tradizionale: locomotive, carrozze ferroviarie e carri merci. Fra l’altro alla fine degli anni Trenta si iniziò a sperimentare la costruzione di motrici diesel, destinate all’Etiopia».
C’è da immaginare che il numero dei lavoratori fosse in calo.
«Stiamo parlando di circa 1.500 persone. Poi nella proprietà subentrò la Caproni e si ricominciò a parlare di aerei, con la costruzione di tutta la serie RE, fino al RE2006, e di bombardieri Savoia Marchetti. Prodotti che vennero anche esportati, venduti agli eserciti della Svezia, che nella Seconda guerra mondiale era neutrale, e dell’Ungheria che stava dalla parte dell’Asse. Ovviamente il numero dei dipendenti tornò ad aumentare, arrivando fino agli 11.000 del 1942».
Le Reggiane nell’ultima guerra segnarono pesantemente la storia della città. Fu la loro presenza ad attirare il bombardamento del gennaio 1944. Si dice che esistesse un piano dei nazisti per farle saltare in aria alla vigilia della Liberazione, ma ci sono documenti che lo provano?
«E’ vero, il piano c’era, e ci sono alcune testimonianze fra le quali quella del capo delle guardie. Tuttavia doveva essere un piano un po’ fai-da-te. Era il 20 aprile del ’45, si presentarono alcuni militari nazisti dicendo che avevano avuto l’ordine di minare la fabbrica per farla esplodere prima dell’arrivo degli alleati. I dirigenti delle Reggiane riuscirono a farli desistere corrompendoli con ventimila lire e una bicicletta. Se bastarono una bici e quei soldi, vuol dire che l’ordine di far saltare le Reggiane non doveva arrivare da molto in alto».
E siamo agli anni Cinquanta, con l’occupazione degli stabilimenti contro la volontà di licenziare più di duemila dipendenti.
«Una lotta mitica che però non salvò l’azienda dal fallimento. Nel ’52 nacquero le nuove Reggiane che riassunsero circa 700 operai impegnati nel settore ferroviario e in quello della meccanica agricola, anche se cominciava già a vedersi l’interesse per le attività portuali».
E cosa c’entra la guerra fredda?
“C’entra, c’entra. Intanto l’intenzione della nuova proprietà, cioè dell’Iri, era avere il controllo totale degli stabilimenti, nel senso di poter contare su dipendenti che non avessero a che fare con comunisti e rossi in genere. Gli operai dovevano garantire tranquillità nella produzione, anche perché intanto cominciavano ad arrivare nuove commesse di tipo bellico. I controlli erano affidati ovviamente alla dirigenza ma esisteva anche un ufficio dell’Esercito che si occupava della correttezza della produzione e del comportamento degli operai».
E da chi arrivano queste commesse?
«Ovviamente dalle forze armate italiane, dalla Nato stessa e da altri paesi dello schieramento occidentale, come la Turchia, la Grecia e la Germania. Si trattava per lo più di proiettili e di altri armamenti antiaerei. Tutti i contratti che abbiamo ritrovato in archivio erano classificati come segreti. Lo stesso reparto che produceva quelle armi era separato dagli altri e segretamente i funzionari andavano in qualche zona di periferia a collaudare il funzionamento di quello che doveva uscire dai capannoni di Santa Croce».
Per quanti anni andò avanti la produzione bellica?
«Finì solo all’inizio degli anni Ottanta, quando le Reggiane smisero di produrre anche il materiale ferroviario e si concentrarono solo sulle attività portuali. Era il 1986 quando da Santa Croce uscì l’ultimo vagone».
Ma Reggio Emilia sapeva che anche dopo la guerra si producevano armi?
«Si sapeva genericamente che alle Reggiane si lavorava alla costruzione di roba di questo tipo, i dettagli invece erano sconosciuti».
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